La mia comunità musulmana: tra appartenenza, relazioni e vita quotidiana / 30.06.2026
+Quando una comunità diventa casa
Quando penso alla parola "comunità", non penso subito a una definizione. Penso a persone, luoghi e momenti che hanno segnato il mio percorso. Penso alle amicizie che mi hanno aiutata a ritrovare la mia fede, alle moschee che ho frequentato negli anni, ai progetti costruiti insieme ad altre persone e anche ai momenti in cui, al contrario, mi sono sentita sola e lontana da qualsiasi senso di appartenenza.
Oggi considero la comunità come qualcosa di molto più ampio di un semplice gruppo di persone che condividono una religione. È una rete di relazioni, sostegno reciproco e responsabilità condivise che accompagna la vita quotidiana. Eppure, questa consapevolezza non è sempre stata presente nella mia vita. Al contrario, è maturata gradualmente attraverso le esperienze che ho vissuto tra Piacenza, Ginevra e il Ticino.
Scoprire la comunità attraverso la fede
Sono nata e cresciuta a Piacenza, ma per molti anni la comunità musulmana della mia città è rimasta sullo sfondo della mia vita. Fino ai primi anni del liceo, infatti, non volevo avere particolarmente a che fare con l'Islam, con la moschea o con le attività comunitarie.
Le cose sono cambiate grazie a un percorso personale di riscoperta della fede e, soprattutto, grazie all'incontro con alcune ragazze che ancora oggi considero tra le mie più care amiche. Sono state loro ad accompagnarmi verso una nuova comprensione della mia identità di giovane donna musulmana e a farmi conoscere una realtà che, pur essendo sempre stata presente nella mia città, non avevo mai veramente vissuto.
Da quel momento, la moschea è diventata molto più di un luogo di preghiera. Era il posto in cui incontravo le mie amiche, partecipavo a progetti, organizzavo eventi e contribuivo alla vita della comunità. Per diversi anni ho fatto parte dei Giovani Musulmani d'Italia, un’associazione giovanile che promuove la partecipazione sociale di giovani attraverso attività educative, culturali e di volontariato, nella sezione di Piacenza: un'esperienza che mi ha permesso di vivere la comunità in modo attivo e coinvolgente.
Ricordo con particolare affetto le attività organizzate insieme agli altri giovani. Tra queste, una delle più significative è stata l'Iftar Street durante il Ramadan, il periodo di digiuno e purificazione spirituale: una cena di rottura del digiuno organizzata nel giardino della moschea, aperta all'intera cittadinanza. Vi parteciparono rappresentanti delle istituzioni locali, il sindaco, consiglieri comunali e molte persone interessate a conoscere meglio la comunità musulmana del territorio.
Quella serata rappresenta ancora oggi uno dei ricordi più belli che associo al concetto di comunità. Non era soltanto un momento religioso, ma un'occasione di incontro, dialogo e condivisione tra persone diverse. In quegli anni la comunità era per me qualcosa di vivo, dinamico e profondamente presente nella quotidianità.
Capire l'appartenenza attraverso la sua assenza
Successivamente mi sono trasferita a Ginevra. È stata un'esperienza importante, ma anche un periodo in cui ho compreso il valore della comunità in modo completamente diverso.
Nonostante i miei tentativi, non sono riuscita a integrarmi realmente nella comunità musulmana locale, soprattutto a causa della barriera linguistica. Per la prima volta mi sono ritrovata lontana da quella rete di relazioni e di sostegno che avevo sempre dato per scontata.
È stato proprio allora che ho capito quanto sia importante, non solo per un musulmano ma per qualsiasi essere umano, sentirsi parte di qualcosa di più grande di sé. Una comunità non offre soltanto occasioni di incontro: offre ascolto, supporto, conforto e punti di riferimento.
Ricordo quel periodo come una fase in cui mi sono sentita particolarmente sola e disorientata. E forse è proprio attraverso quella mancanza che ho compreso più profondamente il significato dell'appartenenza.
Ricostruire legami: l'esperienza in Ticino
Quando mi sono trasferita in Ticino, una delle prime cose che ho fatto è stata cercare di ricostruire quei legami che per me erano sempre stati così importanti.
Ricordo ancora di aver contattato Sheikh Samir, guida spiriturale della moschea di Viganello, poco dopo il mio arrivo per chiedergli se conoscesse qualche ragazza della mia età con cui poter fare amicizia. Sentivo il bisogno di ritrovare una dimensione comunitaria e di non ripetere l'esperienza di isolamento vissuta a Ginevra.
Fin da subito ho iniziato a frequentare le realtà islamiche di Viganello e Pregassona. Tuttavia, mi sono trovata davanti a una situazione molto diversa da quella che conoscevo a Piacenza.
La prima cosa che mi colpì fu la presenza di diverse moschee organizzate anche secondo appartenenze culturali e linguistiche: la moschea frequentata prevalentemente dalla comunità albanese, quella turca, quella araba e altre ancora. Per me fu una sorpresa. Ero abituata a una realtà in cui esisteva un unico grande centro islamico che rappresentava il principale punto di riferimento per tutti i musulmani della città.
Inizialmente faticavo a comprendere questa frammentazione. Con il tempo ho scoperto che essa era legata a percorsi storici e dinamiche specifiche del territorio, che avevano contribuito a creare una pluralità di realtà differenti.
Un altro aspetto che notai subito riguardava gli spazi e le possibilità di azione. A Piacenza la moschea disponeva di una struttura molto ampia e, grazie al rapporto costruito negli anni con la cittadinanza e le istituzioni, poteva promuovere numerosi progetti e iniziative pubbliche.
In Ticino ho trovato invece realtà più piccole, con spazi spesso limitati e una maggiore prudenza da parte delle istituzioni nei confronti del mondo islamico. Nonostante ciò, ho cercato di portare avanti lo stesso spirito di partecipazione che avevo conosciuto in Italia.
Per circa due anni ho insegnato lingua araba e cultura islamica ai bambini nelle moschee di Pregassona e Viganello. Ho organizzato incontri tra ragazze e momenti di condivisione per creare nuove amicizie e rafforzare i legami esistenti. Ho partecipato alle lezioni in moschea, alle attività del Ramadan e alle diverse iniziative promosse sul territorio.
L'Ummah: sentirsi parte di qualcosa di più grande
Nella tradizione islamica esiste un concetto che ha accompagnato molte delle riflessioni che ho maturato negli anni sul significato della comunità: quello di Ummah.
Spesso questa parola viene tradotta semplicemente come "comunità dei musulmani", ma il suo significato è molto più profondo. La parola araba Ummah deriva infatti da una radice che richiama l'idea di una direzione comune, di uno scopo condiviso e di un cammino percorso insieme. Non indica soltanto un insieme di persone che professano la stessa religione, ma una collettività unita da valori, responsabilità e legami reciproci.
Nel Corano e nella tradizione islamica, l'Ummah viene descritta come una comunità fondata sulla solidarietà e sul sostegno reciproco. Un famoso detto profetico ("hadith") paragona i credenti a un unico corpo: quando una parte soffre, tutto il corpo ne risente (Sahih al-Bukhari, hadith n. 6011). Un altro li paragona a un edificio le cui parti si sostengono a vicenda (Sahih Muslim, hadith n. 2585).
Per questo motivo, l'Ummah non è soltanto una realtà spirituale, ma anche sociale. La preghiera collettiva, il Ramadan vissuto insieme, l’elemosina destinata ai più bisognosi, il pellegrinaggio alla Mecca e persino la vita familiare sono tutti elementi che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza e la responsabilità verso gli altri.
Ripensando al mio percorso, mi rendo conto che ho compreso davvero il significato dell'Ummah soprattutto attraverso l'esperienza. L'ho vissuta negli anni trascorsi a Piacenza, quando la moschea era un luogo di incontro, amicizia e progettualità condivisa. L'ho percepita nella sua assenza durante il periodo vissuto a Ginevra, quando la difficoltà di creare relazioni mi ha fatto capire quanto sia importante sentirsi parte di una rete di sostegno. E continuo a viverla oggi in Ticino, ogni volta che partecipo a un'attività in moschea, incontro nuove persone o contribuisco a creare spazi di aggregazione per altre ragazze e famiglie.
Oggi considero l'Ummah non come una realtà già esistente e immutabile, ma come qualcosa che va costruito continuamente. Non è soltanto un'identità che si eredita o si dichiara. È una responsabilità quotidiana che si realizza attraverso l'ascolto, la solidarietà, la partecipazione e la cura delle relazioni.
Costruire ponti tra appartenenza religiosa, territorio e società civile
Negli ultimi anni ho osservato con interesse l'evoluzione della comunità musulmana in Ticino. Se all'inizio avevo percepito una realtà più frammentata e meno dinamica rispetto a quella che conoscevo a Piacenza, oggi vedo numerosi segnali positivi.
Grazie all'impegno di associazioni, gruppi di giovani e realtà locali, stanno nascendo sempre più iniziative che favoriscono la partecipazione e il dialogo. Penso, ad esempio, alle attività promosse dall’associazione giovanile GMSI, come le escursioni sociali volte a far scoprire il territorio ticinese e il progetto Racconti invisibili, sostenuto dalle istituzioni cantonali. Penso anche alle iniziative sviluppate in collaborazione con la moschea di Giubiasco, che ogni anno ospita un iftar condiviso aperto a tutta la cittadinanza. L’evento, promosso dalla Comunità islamica del Sopraceneri da ormai tre anni, richiama annualmente circa 300 partecipanti, appartenenti a diverse confessioni religiose o privi di appartenenza religiosa.
Queste esperienze mostrano come sia possibile costruire ponti tra appartenenza religiosa, territorio e società civile. Vedo una comunità che continua a crescere, a organizzarsi e a creare nuove opportunità di incontro e partecipazione.
Forse è proprio questo che oggi associo maggiormente alla parola comunità: qualcosa che non esiste già in forma definitiva, ma che prende vita attraverso l'impegno quotidiano delle persone che la abitano.
Una domanda aperta
Le comunità religiose vengono spesso osservate dall'esterno come realtà chiuse o separate dal resto della società. La mia esperienza mi ha mostrato qualcosa di diverso: comunità che possono diventare luoghi di incontro, sostegno reciproco, partecipazione e cittadinanza attiva.
La domanda che vorrei lasciare a chi legge è questa: quali spazi e quali relazioni ci aiutano oggi a sentirci parte di qualcosa di più grande di noi?
E come possiamo contribuire, ciascuno nel proprio contesto, a costruire comunità più aperte, accoglienti e capaci di creare legami?