Attraverso l’Europa invisibile: la testimonianza di X sulla rotta balcanica / 13.08.2026
+In questo blog, rifletto sul difficile equilibrio tra ascoltare una testimonianza e raccontarla agli altri, in particolare nello spazio di "Dialogue en Route". Il blog è un’introduzione alla testimonianza di X, che ha attraversato la rotta balcanica dal Marocco all’Europa. Esploro quindi cosa significhi dare spazio alla voce di chi vive la violenza delle frontiere e, il resto, è X che ce lo racconta.
Per molto tempo ho esitato prima di decidere come accompagnare e condividere questa testimonianza. X aveva scelto di raccontare la sua esperienza ed è venuto da me per aiutarlo a darle voce. Mi sono quindi interrogata su quale fosse il mio ruolo nel trasmettere la voce di un’altra persona e su come farlo senza trasformare il suo dolore in qualcosa da consumare. Alla fine, ho scritto quest’articolo per introdurla, perché credo che alcune storie abbiano bisogno di essere ascoltate.
Il racconto che segue non è un’inchiesta né un reportage scritto dall’esterno: è la testimonianza diretta, cruda, a tratti violenta, di ciò che significa attraversare le frontiere europee. A parlare è X, un giovanissimo ragazzo di origine marocchina che ha percorso la cosiddetta rotta dei Balcani. Una rotta fatta di foreste, montagne, freddo, fame, abusi sistematici, umiliazioni e respingimenti illegali documentati da numerose associazioni per i diritti umani (Lindberg, 2026). Tutto questo avviene ogni giorno a pochi chilometri dai confini europei, eppure raramente raccontato dai nostri media.
Esporsi è difficile. Ci è voluto del tempo prima che X riuscisse a trovare le parole per raccontare ciò che ha vissuto. Ha deciso di parlare non perché la sua storia sia eccezionale, ma proprio perché terribilmente comune, condivisa da migliaia di persone che si ritrovano risucchiate in un sistema di violenza e disumanizzazione. Raccogliere la sua testimonianza mi ha costretta a confrontarmi con una domanda semplice e scomoda: come raccontare una violenza così estrema senza pretendere di restituirla interamente? Per questo il testo che segue non ha la pretesa di essere esaustivo, ma prova ad aprire uno spazio di ascolto.
Nel suo racconto non troverete eroi né vittime idealizzate, ma solo persone esauste, ferite, private di tutto: beni materiali, documenti, affetti, sogni e dignità. È stato proprio questo a interrogarmi fin dal primo ascolto: come restituire una storia così complessa senza ridurla a un semplice racconto di sofferenze? Come evitare che la violenza, una volta messa per iscritto, finisca per assuefare chi legge o per trasformare chi la vive in un corpo da compatire?
Ho scelto, insieme a X, di condividere questa testimonianza non perché possa rappresentare tutte le esperienze della rotta balcanica, ma perché credo ci costringa a soffermarci su ciò che spesso rimane ai margini del nostro sguardo e del nostro immaginario sulle frontiere. Scrivendo questo articolo, introduco semplicemente una testimonianza che riporto esattamente come mi è stata raccontata, senza la pretesa di farla mia o vostra.
X è arrivato in Turchia dal Marocco. Da lì è passato per la Bulgaria, la Serbia, la Bosnia, la Croazia e infine la Slovenia. Il cuore del suo racconto è la Bulgaria, il paese dove ha subito le violenze più gravi. Ci tiene però a precisare che ciò che ha potuto raccontare è solo una piccola parte della sua esperienza: non c’è spazio sufficiente per contenere tutta la sofferenza, la paura, la resistenza che ha vissuto in quei mesi.
X parla anche per chi non ce l’ha fatta, per chi è tornato indietro spezzato nel corpo e nello spirito, per chi è ancora bloccato in una foresta senza cibo né cure, per chi sopravvive in una città che non è la sua e che non lo vuole, per chi è intrappolato in una casa-prigione dove il tempo sembra essersi fermato.
Mi è sembrato importante condividere questa storia nello spazio di Dialogue en Route perché ci invita a riflettere non solo sulla violenza delle frontiere, ma anche sul modo in cui scegliamo di guardarle e raccontarle. Il rischio, quando si parla di confini, è che la sofferenza resta confinata ai margini, percepita come qualcosa che accade sempre altrove.
Anche per questo, mentre ci indigniamo collettivamente per le pratiche disumane dell’ICE negli Stati Uniti, per i bambini separati dalle famiglie, per i centri di detenzione e per i rimpatri forzati, mi chiedo quanto siamo disposti a riconoscere forme di violenza che attraversano anche le frontiere europee. Non hanno sempre lo stesso nome né utilizzano gli stessi strumenti, e spesso ricevono molta meno attenzione mediatica. Eppure, le violenze nei boschi bulgari, le impronte obbligate, gli ostacoli all’accesso al diritto d’asilo, le torture psicologiche e fisiche e i respingimenti illegali fanno parte di un sistema documentato da organizzazioni internazionali e dalla società civile (Lindberg, 2026), che continua a interrogare la responsabilità delle istituzioni europee e anche la nostra capacità di guardare.
Non credo che una testimonianza possa cambiare da sola la realtà delle frontiere. Può però interrompere, anche solo per un momento, la distanza che spesso ci separa da ciò che accade ai loro margini. È con questo spirito che io e X abbiamo deciso di condividerla.
Avvertenza sui contenuti: la testimonianza contiene passaggi espliciti e descrive situazioni, anche di violenza, che potrebbero essere difficili da leggere o richiamare esperienze dolorose o traumatiche per alcune persone.
Potete leggere qui la testimonianza di X.