Categoria – Susan La

  • Safe space tra ascolto, cura e autodeterminazione / 12.01.2026

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  • Susan La - Guide en Route
  • Questo articolo esplora cosa significa crescere in una società in cui la propria identità non rispecchia quella della maggioranza e quali conseguenze ciò comporta. A partire da questa prospettiva, approfondisce cosa sono i safe space (spazi sicuri) e il motivo per cui questi luoghi possono diventare vitali per le persone razzializzate: spazi in cui ritrovare ascolto, riconoscimento e un senso di appartenenza e comunità, in contesti dove si è spesso minorizzatə e invisibilizzatə.

    Crescere in un contesto prevalentemente bianco ed essere l’unica persona razzializzata nella mia scuola ha influito inevitabilmente sul modo in cui ho imparato a vedermi e a costruire la mia identità. L’assenza di rappresentazioni che mi somigliassero mi ha portato infatti a definirmi attraverso persone che non condividevano né il mio aspetto fisico, né le discriminazioni che vivevo, né il mio background migratorio. 

    Definirsi attraverso lo sguardo degli altri

    In questi contesti, spesso in modo inconsapevole, finivo per conformarmi a un modello imposto dalla società bianca: dimostrare costantemente la mia “svizzeritudine”, rispondere alle domande ricorrenti sulle origini ogni volta che qualcuno mi chiedeva “da dove vieni (davvero)?”, o aderire all’immagine che gli altri associavano (o pensavano di saper associare) alle mie origini, basandosi unicamente sui miei tratti somatici. 

    Per molte persone razzializzate, cresciute in società a maggioranza bianca, nulla di tutto questo è nuovo. Impariamo a guardarci e a definirci attraverso gli occhi di chi si arroga il diritto di definire cosa siamo, e soprattutto, cosa non siamo. 

    Nella critical race theory [1] esiste un termine che descrive questa esperienza: la doppia coscienza [2], coniato dal sociologo, storico e attivista afroamericano W.E.B Du Bois [3]. Du Bois usò questo concetto per evidenziare come il razzismo plasmi la percezione di sé delle persone nere, spingendole a interiorizzare lo sguardo delle persone bianche e a vedersi attraverso di esso: “una sensazione di guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri (...)” [4]. Questi “altri” rappresentano la società bianca, che definisce ciò che è considerato normale e, di conseguenza, marginalizza chi non vi rientra. Il verbo “guardare” ha qui un doppio significato: osservare un soggetto, ma anche esercitare potere su di esso attribuendogli caratteristiche considerate inferiori.

    Lo sguardo bianco come struttura di potere

    La doppia coscienza è il risultato dello sguardo bianco [5], come lo approfondisce la scrittrice e saggista afroamericana Toni Morrison negli anni ’90 [6], ossia l’idea che le persone razzializzate, in particolare nere, in una società dominata dalla bianchezza, devono costantemente prevedere come un pubblico bianco interpreterà le loro esperienze, azioni o produzioni culturali. Questa dinamica genera una forma di autoconsapevolezza forzata e talvolta di autocensura, che obbliga a spiegare, giustificare o rappresentare le proprie esperienze attraverso uno sguardo che non è il proprio.

    Lo sguardo bianco quindi non è solo un’esperienza individuale, ma una componente strutturale del razzismo nella società occidentale contemporanea, e la doppia coscienza ne è l’effetto diretto: percepirsi attraverso gli occhi di chi detiene il potere e la norma dominante. 

    A questo punto sorge quasi spontanea una domanda: cosa succede, allora, quando le persone razzializzate si trovano finalmente in uno spazio lontano da questo sguardo bianco? È qui che diventa pertinente parlare di “safe space”. 

    Origine e significato dei safe space

    Il termine “safe space” nasce negli anni ‘60 nelle comunità lesbiche e gay degli Stati Uniti [7], in un contesto di repressione legale e sociale, e si riferiva spesso a bar o locali in cui era possibile incontrarsi in relativa sicurezza. Negli anni ‘70, i movimenti femministi ne adottano il concetto per indicare spazi in cui le donne potevano confrontarsi lontano dalla presenza maschile dominante. Oggi il termina indica soprattutto luoghi fisici, e con l’avvento dei social media, anche virtuali, in cui persone appartenenti a comunità marginalizzate possono incontrarsi per condividere esperienze, discutere problematiche comuni e confrontarsi con chi vive identità e difficoltà simili, senza dover controllare il proprio linguaggio e adattarlo per chi non condivide tali vissuti [8].

    Avendo organizzato e partecipato ad alcuni safe space, ho potuto vivere in prima persona la loro unicità. In questi luoghi si è liberi dagli stereotipi e dai pregiudizi che permeano la società dominante; si può essere sé stessi senza il peso di dover “esibire” la propria identità razzializzata che ci è stata assegnata, né di doversi adattare, integrare o assimilare per non disturbare lo sguardo bianco. È possibile reclamare parti di sé che sono state represse o rinnegate e ridefinirsi al di là delle aspettative che “altri” proiettano sulle nostre identità. Si tratta di spazi in cui non esiste il fardello di dover spiegare chi si è o da dove si viene, perché il presupposto di partenza è un'intesa reciproca.  

    Ritrovare se stessə nella comunità

    L’approccio è orizzontale e non gerarchico, ed è proprio questa orizzontalità che favorisce l’apertura personale e la possibilità di parlare dei propri vissuti, spesso silenziati. I safe space creano così un senso di comunità raro da trovare altrove, un luogo in cui la guarigione collettiva è possibile attraverso la condivisione di esperienze comuni. Per molte persone razzializzate nate e/o cresciute in contesti dominati dalla bianchezza, questi spazi rappresentano uno dei pochi luoghi in cui è finalmente possibile ritrovare un senso di appartenenza, in una società che spesso non le riconosce come pienamente svizzere.  

    Nonostante ciò, i safe space sono spesso criticati come discriminatori ed escludenti da persone che non hanno accesso a questi spazi e non ne comprendono la funzione [9]. Essi servono principalmente come strumenti di emancipazione e autodeterminazione, non come fini in sé. Una critica che può essere rivolta a tali accuse riguarda il fatto che, quando le persone razzializzate scelgono di esporsi pubblicamente, di raccontare le proprie esperienze di discriminazione e di far sentire la propria voce, il pubblico che avrebbe più bisogno di ascoltarle e mettersi in questione spesso non si presenta.

    In questo senso, i safe space non creano divisione, ma rispondono a quella già presente nella società occidentale contemporanea, dove le voci e i vissuti delle persone minorizzate vengono spesso ignorati, offrendo uno spazio necessario di ascolto e riconoscimento. 

    Note

    [1] In italiano, “teoria critica della “razza””.

    [2] dall’inglese “double consciousness”.

    [3] W.E.B Du Bois (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

    [4] Citazione originale: “It is a peculiar sensation, this double-consciousness, this sense of always looking at one’s self through the eyes of others, of measuring one's soul by the tape of a world that looks on in amused contempt and pity (...)” in DU BOIS W.E.B (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

    [5] Dall’inglese “white gaze”.

    [6] Laraine Wollowitz (2008), Chapter 9 : resisting the white gaze: critical literacy and Toni Morrison’s “the bluest eye”, Counterpoints, Vol.326, pp.151-164.

    [7] Moira Kenney (2001), Mapping Gay L.A.: The Intersection of Place and Politics, Temple University Press, pp.1-225.

    [8] In francese esiste un concetto affine a quello dei safe space chiamato “non diversità”(dal francese “non-mixité”). In questo articolo potete ritrovare alcuni esempi di “non-mixité”: Camille Renard, "Trois exemples historiques de non‑mixité choisie," France Culture, 29.05.2017, consultato il 13 dicembre 2025, https://www.radiofrance.fr/franceculture/trois-exemples-historiques-de-non-mixite-choisie-9818835.

    [9] Mathilde Goupil, “L'article à lire pour comprendre le débat autour des réunions non mixtes,” *Franceinfo*, 1 giugno 2021, https://www.franceinfo.fr/societe/l-article-a-lire-pour-comprendre-le-debat-autour-des-reunions-non-mixtes_4353091.html.

     

    foto ©asu collective

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  • Ritrovarsi a casa a San José California: l’esperienza della diaspora asiatica americana / 22.12.2025

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  • Susan La - Guide en Route
  • In questo articolo, Susan esplora le comunità asiatiche in California, soffermandosi su San José e i suoi quartieri storici. Racconta come ristoranti, negozi e servizi abbiano creato spazi di identità e appartenenza, analizzando il ruolo delle prime generazioni di immigrati nella costruzione di un'identità asiatica americana riconoscibile anche oltre i confini degli Stati Uniti.

    Quest’anno ho avuto l’opportunità di viaggiare a San José, California, per una visita di famiglia. Appena atterrata, qualcosa ha catturato la mia attenzione: un volantino ufficiale dell’aeroporto scritto sia in inglese che in vietnamita. Sapevo dell’esistenza di una comunità asiatica significativa in California, ma non immaginavo che una lingua asiatica, in questo caso il vietnamita, fosse così diffusa da comparire quasi come lingua ufficiale nello spazio pubblico della città.

    La presenza asiatica in California e a San José

    In effetti, la California ospita la più grande popolazione asiatica degli Stati Uniti, pari al 18,4% degli abitanti. San José si distingue particolarmente: circa il 38,58% della popolazione è asiatica, di cui quasi il 10% vietnamita, superando numericamente la popolazione bianca, oggi intorno al 29% [1].

    Durante le settimane trascorse a San José, ho potuto comprendere meglio l’estensione della comunità asiatica americana. Girando per la città, numerosi sono i negozi gestiti da asiatici e rivolti a clienti asiatici. Si va dai piccoli negozi di alimentari ai ristoranti, per lo più attività familiari (i cosiddetti “mom-and-pop shops/restaurants”), fino a catene più grandi, nate all’interno della comunità asiatica americana e oggi molto popolari negli Stati Uniti. Tra gli esempi più emblematici si possono citare H-Mart, fondata nel 1982 dall’immigrato sudcoreano II Yeon Kwon, e 99 Ranch Market, fondato nel 1984 dall’immigrato taiwanese Roger H. Chen [2]. Entrambi nacquero come piccoli negozi per servire le rispettive comunità asiatiche locali, offrendo cibi e prodotti familiari in un contesto statunitense, e si sono successivamente evoluti in grandi catene di supermercati specializzati presenti in tutto il Paese. Un altro esempio nel mondo della ristorazione è Panda Express, catena di fast food sino-americana lanciata nel 1983 dalla coppia Peggy e Andrew Cherng, due immigrati di origine cinese, che hanno adattato la loro cucina al gusto del pubblico statunitense, diventando un’icona della cultura culinaria sino-americana [3]. Il successo della catena è tale che Panda Express non si è limitata agli Stati Uniti, aprendo altre sedi in paesi come il Messico, Porto Rico, Giappone e Corea del sud, tra gli altri. In questo modo, Peggy e Andrew Cherng hanno contribuito a ridefinire il concetto di “autenticità” di una cucina, creando una nuova identità culinaria sino-americana.

    Imprenditorialità e identità culturale in divenire

    Queste realtà dimostrano come l’imprenditorialità degli immigrati asiatici abbia permesso di ricreare un senso di familiarità in un nuovo paese. Esse mantengono vivo il legame con il paese d’origine e contribuiscono alla formazione di un’identità più ampia, quella asiatica-americana, strutturata e riconoscibile. Come osserva Stuart Hall, sociologo giamaicano-britannico, l’identità culturale non è qualcosa di fisso, ma un processo continuo di “divenire” plasmato dalla storia, dalla cultura e dai rapporti di potere: «l’identità è una ‘produzione’, che non è mai completa, è sempre in divenire e si costituisce sempre all’interno, non al di fuori, della rappresentazione» [4].

    Questo fenomeno non è unico negli Stati Uniti: esempi simili si trovano anche in Europa. A Parigi, la catena di supermercati Tang Frères, fondata da due fratelli sino-laotiani di prima generazione [5], offre prodotti tipici asiatici, segnando l’inizio di un vero e proprio impero della distribuzione asiatica in Francia. A Milano, invece, lo street food della catena Mo Sarpi, situato nel quartiere Chinatown di Via Paolo Sarpi, propone specialità della provincia di Shaanxi in Cina, contribuendo a diffondere questa cucina anche in altre città italiane e all’estero, fino a Barcellona e Parigi [6].

    Questi casi evidenziano come il senso di “casa” non debba necessariamente provenire direttamente dal paese d’origine, ma possa essere mediato dalle diaspore presenti in altri paesi, capaci di creare nuovi punti di riferimento culturale.

    I quartieri vietnamiti a San José

    Ritornando a San José, questo processo di costruzione identitaria si manifesta anche nello spazio urbano. La città comprende quartieri vietnamiti storici, come Lion Plaza, il primo quartiere vietnamita degli anni 1980, e Vietnam Town/Little Saigon, nato nei primi anni 2000. Questi quartieri non sono semplicemente aree commerciali: sono veri e propri ecosistemi diasporici, spazi in cui servizi e infrastrutture sono pensati per le comunità asiatiche locali e transnazionali. A Vietnam Town/Little Saigon, ad esempio, si trovano supermercati e ristoranti vietnamiti, agenzie di viaggio che servono sia residenti sia visitatori dal Vietnam, servizi di traduzione certificata, cliniche specialistiche, banche e sportelli postali per inviare denaro alla famiglia in Vietnam, uffici per pratiche matrimoniali e di divorzio, negozi che vendono arredamento, strumenti di cucina e abbigliamento vietnamita, e molto altro. Come osserva Beth Nguyen, autrice vietnamita-americana in un articolo di Eater sui quartieri vietnamiti di San José [7]: «I quartieri etnici tendono a svilupparsi attorno a ristoranti, negozi di alimentari e imprenditori, tutti alla ricerca di modi per soddisfare le voglie e offrire richiami alla propria casa» [8].

    Questi esempi concreti di imprese, negozi e quartieri asiatici a San José mostrano come le comunità siano riuscite a creare spazi di vita e di cultura propri, dove tradizioni e identità possono continuare a svilupparsi. Nonostante le difficoltà legate alla storia di migrazione, all’ostilità sociale e alle politiche di esclusione, le comunità asiatiche hanno costruito ecosistemi culturali solidi, diventando punti di riferimento per altri membri della diaspora e simboli di resilienza. Questi quartieri non sono solo spazi commerciali, ma veri luoghi in cui l’identità e la memoria culturale si mantengono vive.

    Note

    [1] World Population Review, “San José, California”, ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://worldpopulationreview.com/us-cities/california/san-jose 

    [2] Clarissa Wei, “How Second-Generation Owners of 99 Ranch Are Turning the Asian Supermarket into a National Powerhouse”, Los Angeles Times, 7 luglio 2023, https://www.latimes.com/food/story/2023-07-07/second-generation-owners-of-99-ranch-market-los-angeles

    [3] Robert Haynes-Peterson, “The Family-Run Chinese Restaurant That Spawned a Nationwide Chain,” Chowhound, 2024, https://www.chowhound.com/1735615/panda-express-restaurant-chain-origins/

    [4] Stuart Hall, “Cultural Identity and Diaspora,” in Identity: Community, Culture, Difference, a cura di Jonathan Rutherford (London: Lawrence & Wishart, 1990), 222: “Identity is a ‘production’, which is never complete, always in process, and always constituted within, not outside, representation.”

    [5] Tang Frères, “Notre histoire,” ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://www.tang-freres.fr/notre-histoire/

    [6] Mosarpi (@mosarpi), profilo instagram, ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://www.instagram.com/mosarpi/?hl=en 

    [7] Beth Nguyen, “Preserving Vietnamese Tradition in Silicon Valley,” Eater, 2016, https://www.eater.com/a/mofad-city-guides/san-jose-vietnamese-history 

    [8] frase originale: “Ethnic enclaves tend to grow around restaurants, groceries, and entrepreneurs, all looking for ways to fulfill cravings and provide reminders of home.”

     

    foto ©Susan La

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