30.07.2026
Vanuatu ha vinto, per tutti: verso una lotta decoloniale contro la crisi climatica
Provando a sopravvivere all’ondata di caldo, mentre cammino per le strade in fermento di Losanna, mi accompagna la consapevolezza che questa estate non è la più calda della mia vita, ma la più fredda del resto della mia vita. E mi sorge la domanda: "Ne valeva la pena?"
Abbiamo ignorato le previsioni allarmanti degli scienziati per decenni, ma leggendo l'attualità, mi rendo conto che non sono tutti ugualmente responsabili della crisi climatica. Soprattutto, non abbiamo tutti il privilegio di aspettare la crisi climatica al sicuro nella propria casa, con l’aria condizionata e la vana speranza che la catastrofe non ci raggiunga. Questo è anche il caso di Vanuatu, uno Stato che ha rifiutato di aspettare passivamente la propria distruzione a causa dell'inquinamento provocato dagli Stati più potenti, che privilegiano gli interessi economici. Ve ne parlo in questo blog.
Il 20 maggio 2026, Vanuatu cambia le regole del gioco
Vanuatu aveva una richiesta semplice: lasciateci esistere. Questa richiesta, chiara ma anche di importanza esistenziale, è il motivo alla base di una vittoria storica: il 20 maggio 2026, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione A/80/L.65, che conferma gli obblighi giuridici degli Stati in materia di cambiamenti climatici. Con 141 voti a favore, 8 contrari e 28 astensioni, il mondo ha scelto di stare dalla parte del diritto e della giustizia climatica. Ma, mi chiedo, cosa significa questo per la giustizia climatica globale e come può creare le basi per una gestione decoloniale della crisi climatica?
La votazione di maggio accresce la speranza di un quadro giuridico che tuteli tutti, non solo i più potenti. È la continuazione del primo tentativo del Vanuatu di ottenere garanzie giuridiche internazionali, accolto favorevolmente il 29 marzo 2023. Il percorso è stato possibile principalmente grazie alla pressione di un gruppo di studenti di diritto delle isole del Pacifico — i Pacific Islands Students Fighting Climate Change — che aveva spinto il governo di Vanuatu ad agire. Non erano ancora state intraprese azioni concrete, ma il 6 febbraio 2026 Vanuatu ha presentato la bozza zero della nuova risoluzione, raccogliendo 90 co-sponsor da ogni angolo del mondo. Il 20 maggio, con 141 voti a favore, la storia ha fatto un passo avanti decisivo.
La risoluzione approvata riprende le conclusioni del parere della Corte internazionale di giustizia del 2025 e include disposizioni concrete e ambiziose. Riconosce che gli Stati hanno l'obbligo giuridico di ridurre le emissioni di gas serra e di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Afferma la mancata adozione di misure adeguate rispetto ai combustibili fossili — inclusi produzione, consumo e sussidi — può costituire un atto illecito ai sensi del diritto internazionale. Riconosce esplicitamente che la violazione degli obblighi climatici può comportare la riparazione dei danni subiti dagli Stati più vulnerabili [NOTA 1] . Stabilisce inoltre che il diritto internazionale dei diritti umani si applica alla determinazione degli obblighi climatici degli Stati e prevede un follow-up strutturato: il Segretario Generale dell'ONU dovrà presentare un rapporto nel 2027 sulle modalità di attuazione, con un ulteriore esame alla 83esima sessione dell'Assemblea Generale nel 2028. Va però segnalato che, rispetto alla bozza originale di Vanuatu, una disposizione importante è stata stralciata durante le negoziazioni: il "Registro internazionale dei danni", che avrebbe previsto la creazione di un archivio trasparente e completo delle prove dei danni attribuibili ai cambiamenti climatici.
Vanuatu, uno Stato insulare vulnerabile al clima, sta affrontando una crisi esistenziale, come altri Stati dell'Oceano Pacifico. L'innalzamento del livello del mare minaccia l'esistenza dello Stato, poiché l'aumento delle temperature compromette l'abitabilità delle Isole Torres settentrionali. Questa vulnerabilità non è causata solo dall'imminente innalzamento del livello del mare, ma anche dalle circostanze geografiche dell'area, con le isole piuttosto esposte ai venti forti. I dati sull'impatto non si basano su ricerche mirate a prevedere il corso del fenomeno in futuro; gli scienziati locali hanno chiarito che, a causa dell'impatto, il paesaggio sta cambiando drasticamente proprio mentre parliamo. La popolazione locale vive in uno stato di allarme costante, concentrata non solo sulla ricerca di soluzioni temporanee per preservare i propri territori costieri, ma anche sul sollecitare azioni rapide da parte del resto del mondo.
La crisi climatica: una questione di potere
Il nostro pianeta è cambiato in modo significativo a partire dai progressi tecnologici della rivoluzione industriale. Dall’invenzione del motore a vapore, gli imperi che avevano già conquistato la maggior parte del mondo hanno colto l’opportunità di accrescere il proprio potere e i propri interessi finanziari. Le nuove tecnologie hanno naturalmente reso nazioni nuove superpotenti sul palcoscenico, aumentando l’interesse a privilegiare lo sviluppo tecnologico a scapito di tutto il resto. Così, la nuova tecnologia è stata usata per fare ciò che già facevano: espandere la loro influenza. Ma adesso, con maggiore efficienza. Il mondo è stato unito, ma non davvero per migliorare la vita della popolazione globale, che ormai cresce a ritmi imprecedenti, bensì per creare un mercato con più bisogni e più profitti per loro.
Dietro questo progresso si nasconde una realtà cupa, ossia la creazione di gravi ingiustizie, con conseguenti squilibri. Una di quelle è la distruzione dell'ambiente. Ovviamente, l'ondata di caldo che la Svizzera e altri Paesi europei stanno subendo quest'estate, associata a oltre 14.000 morti in eccesso nelle settimane di picco, è solo una manifestazione del fenomeno creato dalla pretesa ingiusitificata di pochi di inquinare senza subire alcuna conseguenza. Le alluvioni in Pakistan del 2022, che hanno messo un terzo del paese sott'acqua, e anche i cicloni di livello cinque che hanno devastato gravemente Vanuatu, rendendola praticamente inabitabile, sono dei fenomeni che non sono veramente presi sul serio nel mondo occidentale. Ma, adesso, la crisi è arrivata alla nostra porta. E la soluzione deve essere olistica e, onestamente, decoloniale [NOTA 2], se vogliamo davvero salvare tutto ciò che è ancora possibile.
Il nesso tra il colonialismo e la situazione del pianeta è evidente. La soluzione non arriverà dalla fonte del problema. Come ha detto Audre Lorde: gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone [NOTA 3]. Non serve aspettare nulla dalla stessa tecnologia, che è orientata al profitto, per porre fine a questo stato di emergenza. Attualmente, la mozione del Vanuatu, con il sostegno di 141 nazioni, può - e dev’essere - l’inizio di decolonizzare la crisi climatica.
Il Segretario Generale dell'ONU, António Guterres, ha accolto il voto come una vittoria per il pianeta. Ha ribadito che chi contribuisce meno ai cambiamenti climatici sta "pagando il prezzo più alto" delle loro conseguenze, e ha sottolineato l'urgneza della transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Il ministro del Clima del Vanuatu, Ralph Regenvanu, ha dichiarato: "Oggi la comunità internazionale ha affermato che il cambiamento climatico non è solo una sfida politica ed economica, ma anche una questione di diritto, giustizia e diritti umani".
Alla fine, Vanuatu ha dimostrato che uno Stato così piccolo, con un impatto ambientale significativamente inferiore rispetto a quello delle grandi potenze industriali che guidano l'economia globale, può cambiare le regole del gioco. La vittoria non è solo di Vanuatu: è di tutti i paesi che subiscono le conseguenze ingiuste della crisi climatica senza averne causato il disastro. Il mondo ha finalmente detto sì al diritto di esistere.
Note
Giustizia climatica: La giustizia climatica considera il cambiamento climatico non soltanto come un problema ambientale, ma anche come una questione di giustizia sociale, economica e politica, legata alla distribuzione diseguale delle responsabilità e degli impatti.
[NOTA 1] Riparazione dai danni: Nel diritto internazionale, indica l’obbligo di uno Stato di rimediare ai danni causati dalla violazione dei propri obblighi, ad esempio attraverso un risarcimento economico o altre forme di compensazione.
[NOTA 2] Approccio decoloniale: Una prospettiva decoloniale analizza la crisi climatica alla luce delle disuguaglianze storiche prodotte dal colonialismo e mette in discussione rapporti di potere che continuano a influenzare chi causa, decide e subisce maggiormente le conseguenze della crisi. In questo contesto, decolonizzare la risposta alla crisi climatica significa mettere in discussione rapporti di potere e disuguaglianze radicati nella storia coloniale, riconoscendo maggiore voce e capacità decisionale alle comunità che ne subiscono maggiormente le conseguenze.
[NOTA 3] "Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone": La frase proviene dall’intervento di Audre Lorde “The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s House” (1979). Lorde sostiene che gli strumenti e le logiche delle strutture dominanti non possono produrre una trasformazione radicale delle stesse strutture che generano oppressione.
Fonti
Audre Lorde, “The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s House”, in Sister Outsider: Essays and Speeches, Trumansburg, NY: Crossing Press, 1984, pp. 110–113.
Margaretha Wewerinke-Singh, “From Opinion to Action: The General Assembly Votes to Operationalize the ICJ’s Climate Advisory Opinion”, EJIL:Talk!, 22 maggio 2026. LINK
Organizzazione mondiale della sanità (OMS), "Se préparer au réchauffement de la planète". 16 luglio 2026 LINK