21.04.2026
Occupando spazio
di Joslyne Ohoka
Razzismo e rappresentanza
Mi chiamo Joslyne. Ho 29 anni. Sono scenografa di formazione, lavoro come assistente curatoriale in un’associazione d’arte e, nel tempo che mi rimane, faccio l’artista: tre aspetti che convivono sotto lo stesso sguardo, quello di una donna razzializzata in Svizzera.
Sono nata e cresciuta in Ticino. A 14 anni capii, con una lucidità che non avrei saputo spiegare ma che sentivo, che lì non avrei avuto un futuro. O meglio: che il futuro che immaginavo per me non era previsto per qualcuno come me. Il Ticino è una terra bella ma chiusa su certi temi come razzismo, discriminazione e rappresentanza. Così pianificai la mia piccola, grande fuga: andai a studiare architettura d’interni e scenografia a Basilea, poi mi trasferii a Zurigo per lavoro. Zurigo è diversa. È una città, e le città respirano in modo diverso.
Ma ho imparato presto una cosa: non si è mai sicuri del tutto.
Il token
Sul posto di lavoro, il razzismo raramente si presenta con il volto che ti aspetti. Si, a volte è un gesto esplicito e a volte si presenta in forma molto piú sottile, più difficile da nominare e proprio per questo più logorante.
È essere invitata ai tavoli non per quello che porti, ma per come appari. Per essere il numero che bilancia una statistica di genere, l’elemento che rende il team visivamente più “inclusivo”. Il cosiddetto token [1]: presente, visibile, ma non davvero ascoltata. È dire una cosa e vederla ignorata, per poi sentirla ripetere da una collega non razzializzata e osservare come la stanza improvvisamente annuisca.
La stessa frase, la stessa idea - ma un’autorevolezza completamente diversa. Queste dinamiche riguardano strutture talmente interiorizzate che in certi casi nemmeno chi le mette in atto se ne accorge. Il razzismo strutturale non ha bisogno di cattive intenzioni per fare danni. Funziona da solo, silenzioso, ripetuto ogni giorno.
L’arte: specchio e mercato
Tutto questo l’ho ritrovato anche nell’arte. Ho capito col tempo quanto spesso le figure che rappresentiamo vengano lette automaticamente come bianche, come se la neutralità avesse un colore di default. E ho notato, guardando i miei acquirenti, che la maggior parte di chi comprava il mio lavoro era un pubblico bianco - anche quando le mie opere parlavano di altro, di me, della mia storia.
Poi è successa una cosa che mi ha dato una nuova prospettiva. Ho creato una serie illustrativa ispirata a un viaggio profondamente personale: il primo incontro con mia nonna in Congo. Un’esperienza intima, radicata, fatta di immagini che non avevo mai condiviso fino ad allora. Ho trasformato quel viaggio in cartoline illustrate.
E qualcosa si è mosso. La domanda da parte di persone razzializzate è cresciuta in modo visibile. Persone che si riconoscevano in quello che vedevano; non solo nel tema, ma nella presenza stessa di figure che portavano storie simili alle loro. Quella risposta mi ha confermato qualcosa che sapevo ma non avevo ancora misurato: la rappresentanza non è un dettaglio estetico. È nutrimento. È la differenza tra guardare un’opera e sentirsi invitata a esistere dentro di essa.
Lavoro in un settore che parla di cultura, di bellezza, di visioni del mondo. Ma la cultura riproduce spesso le stesse gerarchie che dice di voler sfidare, se non sceglie consapevolmente di fare altrimenti.
E così continuo a occupare spazio, anche quando pesa, anche quando stanca, anche quando sembra non bastare, con la speranza nel mio piccolo di poter muovere qualcosa nella giusta direzione.
Note
[1] Il tokenismo è la pratica per cui una persona appartenente a un gruppo marginalizzato viene inclusa in modo simbolico per dare un’apparenza di diversità, ma viene trattata come rappresentante della “sua” categoria, con l’aspettativa di parlare a nome dell’intero gruppo e senza essere riconosciuta come individuo, mentre le disuguaglianze strutturali restano invariate.