• Safe space tra ascolto, cura e autodeterminazione / 12.01.2026

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  • Susan La - Guide en Route
  • Questo articolo esplora cosa significa crescere in una società in cui la propria identità non rispecchia quella della maggioranza e quali conseguenze ciò comporta. A partire da questa prospettiva, approfondisce cosa sono i safe space (spazi sicuri) e il motivo per cui questi luoghi possono diventare vitali per le persone razzializzate: spazi in cui ritrovare ascolto, riconoscimento e un senso di appartenenza e comunità, in contesti dove si è spesso minorizzatə e invisibilizzatə.

    Crescere in un contesto prevalentemente bianco ed essere l’unica persona razzializzata nella mia scuola ha influito inevitabilmente sul modo in cui ho imparato a vedermi e a costruire la mia identità. L’assenza di rappresentazioni che mi somigliassero mi ha portato infatti a definirmi attraverso persone che non condividevano né il mio aspetto fisico, né le discriminazioni che vivevo, né il mio background migratorio. 

    Definirsi attraverso lo sguardo degli altri

    In questi contesti, spesso in modo inconsapevole, finivo per conformarmi a un modello imposto dalla società bianca: dimostrare costantemente la mia “svizzeritudine”, rispondere alle domande ricorrenti sulle origini ogni volta che qualcuno mi chiedeva “da dove vieni (davvero)?”, o aderire all’immagine che gli altri associavano (o pensavano di saper associare) alle mie origini, basandosi unicamente sui miei tratti somatici. 

    Per molte persone razzializzate, cresciute in società a maggioranza bianca, nulla di tutto questo è nuovo. Impariamo a guardarci e a definirci attraverso gli occhi di chi si arroga il diritto di definire cosa siamo, e soprattutto, cosa non siamo. 

    Nella critical race theory [1] esiste un termine che descrive questa esperienza: la doppia coscienza [2], coniato dal sociologo, storico e attivista afroamericano W.E.B Du Bois [3]. Du Bois usò questo concetto per evidenziare come il razzismo plasmi la percezione di sé delle persone nere, spingendole a interiorizzare lo sguardo delle persone bianche e a vedersi attraverso di esso: “una sensazione di guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri (...)” [4]. Questi “altri” rappresentano la società bianca, che definisce ciò che è considerato normale e, di conseguenza, marginalizza chi non vi rientra. Il verbo “guardare” ha qui un doppio significato: osservare un soggetto, ma anche esercitare potere su di esso attribuendogli caratteristiche considerate inferiori.

    Lo sguardo bianco come struttura di potere

    La doppia coscienza è il risultato dello sguardo bianco [5], come lo approfondisce la scrittrice e saggista afroamericana Toni Morrison negli anni ’90 [6], ossia l’idea che le persone razzializzate, in particolare nere, in una società dominata dalla bianchezza, devono costantemente prevedere come un pubblico bianco interpreterà le loro esperienze, azioni o produzioni culturali. Questa dinamica genera una forma di autoconsapevolezza forzata e talvolta di autocensura, che obbliga a spiegare, giustificare o rappresentare le proprie esperienze attraverso uno sguardo che non è il proprio.

    Lo sguardo bianco quindi non è solo un’esperienza individuale, ma una componente strutturale del razzismo nella società occidentale contemporanea, e la doppia coscienza ne è l’effetto diretto: percepirsi attraverso gli occhi di chi detiene il potere e la norma dominante. 

    A questo punto sorge quasi spontanea una domanda: cosa succede, allora, quando le persone razzializzate si trovano finalmente in uno spazio lontano da questo sguardo bianco? È qui che diventa pertinente parlare di “safe space”. 

    Origine e significato dei safe space

    Il termine “safe space” nasce negli anni ‘60 nelle comunità lesbiche e gay degli Stati Uniti [7], in un contesto di repressione legale e sociale, e si riferiva spesso a bar o locali in cui era possibile incontrarsi in relativa sicurezza. Negli anni ‘70, i movimenti femministi ne adottano il concetto per indicare spazi in cui le donne potevano confrontarsi lontano dalla presenza maschile dominante. Oggi il termina indica soprattutto luoghi fisici, e con l’avvento dei social media, anche virtuali, in cui persone appartenenti a comunità marginalizzate possono incontrarsi per condividere esperienze, discutere problematiche comuni e confrontarsi con chi vive identità e difficoltà simili, senza dover controllare il proprio linguaggio e adattarlo per chi non condivide tali vissuti [8].

    Avendo organizzato e partecipato ad alcuni safe space, ho potuto vivere in prima persona la loro unicità. In questi luoghi si è liberi dagli stereotipi e dai pregiudizi che permeano la società dominante; si può essere sé stessi senza il peso di dover “esibire” la propria identità razzializzata che ci è stata assegnata, né di doversi adattare, integrare o assimilare per non disturbare lo sguardo bianco. È possibile reclamare parti di sé che sono state represse o rinnegate e ridefinirsi al di là delle aspettative che “altri” proiettano sulle nostre identità. Si tratta di spazi in cui non esiste il fardello di dover spiegare chi si è o da dove si viene, perché il presupposto di partenza è un'intesa reciproca.  

    Ritrovare se stessə nella comunità

    L’approccio è orizzontale e non gerarchico, ed è proprio questa orizzontalità che favorisce l’apertura personale e la possibilità di parlare dei propri vissuti, spesso silenziati. I safe space creano così un senso di comunità raro da trovare altrove, un luogo in cui la guarigione collettiva è possibile attraverso la condivisione di esperienze comuni. Per molte persone razzializzate nate e/o cresciute in contesti dominati dalla bianchezza, questi spazi rappresentano uno dei pochi luoghi in cui è finalmente possibile ritrovare un senso di appartenenza, in una società che spesso non le riconosce come pienamente svizzere.  

    Nonostante ciò, i safe space sono spesso criticati come discriminatori ed escludenti da persone che non hanno accesso a questi spazi e non ne comprendono la funzione [9]. Essi servono principalmente come strumenti di emancipazione e autodeterminazione, non come fini in sé. Una critica che può essere rivolta a tali accuse riguarda il fatto che, quando le persone razzializzate scelgono di esporsi pubblicamente, di raccontare le proprie esperienze di discriminazione e di far sentire la propria voce, il pubblico che avrebbe più bisogno di ascoltarle e mettersi in questione spesso non si presenta.

    In questo senso, i safe space non creano divisione, ma rispondono a quella già presente nella società occidentale contemporanea, dove le voci e i vissuti delle persone minorizzate vengono spesso ignorati, offrendo uno spazio necessario di ascolto e riconoscimento. 

    Note

    [1] In italiano, “teoria critica della “razza””.

    [2] dall’inglese “double consciousness”.

    [3] W.E.B Du Bois (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

    [4] Citazione originale: “It is a peculiar sensation, this double-consciousness, this sense of always looking at one’s self through the eyes of others, of measuring one's soul by the tape of a world that looks on in amused contempt and pity (...)” in DU BOIS W.E.B (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

    [5] Dall’inglese “white gaze”.

    [6] Laraine Wollowitz (2008), Chapter 9 : resisting the white gaze: critical literacy and Toni Morrison’s “the bluest eye”, Counterpoints, Vol.326, pp.151-164.

    [7] Moira Kenney (2001), Mapping Gay L.A.: The Intersection of Place and Politics, Temple University Press, pp.1-225.

    [8] In francese esiste un concetto affine a quello dei safe space chiamato “non diversità”(dal francese “non-mixité”). In questo articolo potete ritrovare alcuni esempi di “non-mixité”: Camille Renard, "Trois exemples historiques de non‑mixité choisie," France Culture, 29.05.2017, consultato il 13 dicembre 2025, https://www.radiofrance.fr/franceculture/trois-exemples-historiques-de-non-mixite-choisie-9818835.

    [9] Mathilde Goupil, “L'article à lire pour comprendre le débat autour des réunions non mixtes,” *Franceinfo*, 1 giugno 2021, https://www.franceinfo.fr/societe/l-article-a-lire-pour-comprendre-le-debat-autour-des-reunions-non-mixtes_4353091.html.

     

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  • Ritrovarsi a casa a San José California: l’esperienza della diaspora asiatica americana / 22.12.2025

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  • Susan La - Guide en Route
  • In questo articolo, Susan esplora le comunità asiatiche in California, soffermandosi su San José e i suoi quartieri storici. Racconta come ristoranti, negozi e servizi abbiano creato spazi di identità e appartenenza, analizzando il ruolo delle prime generazioni di immigrati nella costruzione di un'identità asiatica americana riconoscibile anche oltre i confini degli Stati Uniti.

    Quest’anno ho avuto l’opportunità di viaggiare a San José, California, per una visita di famiglia. Appena atterrata, qualcosa ha catturato la mia attenzione: un volantino ufficiale dell’aeroporto scritto sia in inglese che in vietnamita. Sapevo dell’esistenza di una comunità asiatica significativa in California, ma non immaginavo che una lingua asiatica, in questo caso il vietnamita, fosse così diffusa da comparire quasi come lingua ufficiale nello spazio pubblico della città.

    La presenza asiatica in California e a San José

    In effetti, la California ospita la più grande popolazione asiatica degli Stati Uniti, pari al 18,4% degli abitanti. San José si distingue particolarmente: circa il 38,58% della popolazione è asiatica, di cui quasi il 10% vietnamita, superando numericamente la popolazione bianca, oggi intorno al 29% [1].

    Durante le settimane trascorse a San José, ho potuto comprendere meglio l’estensione della comunità asiatica americana. Girando per la città, numerosi sono i negozi gestiti da asiatici e rivolti a clienti asiatici. Si va dai piccoli negozi di alimentari ai ristoranti, per lo più attività familiari (i cosiddetti “mom-and-pop shops/restaurants”), fino a catene più grandi, nate all’interno della comunità asiatica americana e oggi molto popolari negli Stati Uniti. Tra gli esempi più emblematici si possono citare H-Mart, fondata nel 1982 dall’immigrato sudcoreano II Yeon Kwon, e 99 Ranch Market, fondato nel 1984 dall’immigrato taiwanese Roger H. Chen [2]. Entrambi nacquero come piccoli negozi per servire le rispettive comunità asiatiche locali, offrendo cibi e prodotti familiari in un contesto statunitense, e si sono successivamente evoluti in grandi catene di supermercati specializzati presenti in tutto il Paese. Un altro esempio nel mondo della ristorazione è Panda Express, catena di fast food sino-americana lanciata nel 1983 dalla coppia Peggy e Andrew Cherng, due immigrati di origine cinese, che hanno adattato la loro cucina al gusto del pubblico statunitense, diventando un’icona della cultura culinaria sino-americana [3]. Il successo della catena è tale che Panda Express non si è limitata agli Stati Uniti, aprendo altre sedi in paesi come il Messico, Porto Rico, Giappone e Corea del sud, tra gli altri. In questo modo, Peggy e Andrew Cherng hanno contribuito a ridefinire il concetto di “autenticità” di una cucina, creando una nuova identità culinaria sino-americana.

    Imprenditorialità e identità culturale in divenire

    Queste realtà dimostrano come l’imprenditorialità degli immigrati asiatici abbia permesso di ricreare un senso di familiarità in un nuovo paese. Esse mantengono vivo il legame con il paese d’origine e contribuiscono alla formazione di un’identità più ampia, quella asiatica-americana, strutturata e riconoscibile. Come osserva Stuart Hall, sociologo giamaicano-britannico, l’identità culturale non è qualcosa di fisso, ma un processo continuo di “divenire” plasmato dalla storia, dalla cultura e dai rapporti di potere: «l’identità è una ‘produzione’, che non è mai completa, è sempre in divenire e si costituisce sempre all’interno, non al di fuori, della rappresentazione» [4].

    Questo fenomeno non è unico negli Stati Uniti: esempi simili si trovano anche in Europa. A Parigi, la catena di supermercati Tang Frères, fondata da due fratelli sino-laotiani di prima generazione [5], offre prodotti tipici asiatici, segnando l’inizio di un vero e proprio impero della distribuzione asiatica in Francia. A Milano, invece, lo street food della catena Mo Sarpi, situato nel quartiere Chinatown di Via Paolo Sarpi, propone specialità della provincia di Shaanxi in Cina, contribuendo a diffondere questa cucina anche in altre città italiane e all’estero, fino a Barcellona e Parigi [6].

    Questi casi evidenziano come il senso di “casa” non debba necessariamente provenire direttamente dal paese d’origine, ma possa essere mediato dalle diaspore presenti in altri paesi, capaci di creare nuovi punti di riferimento culturale.

    I quartieri vietnamiti a San José

    Ritornando a San José, questo processo di costruzione identitaria si manifesta anche nello spazio urbano. La città comprende quartieri vietnamiti storici, come Lion Plaza, il primo quartiere vietnamita degli anni 1980, e Vietnam Town/Little Saigon, nato nei primi anni 2000. Questi quartieri non sono semplicemente aree commerciali: sono veri e propri ecosistemi diasporici, spazi in cui servizi e infrastrutture sono pensati per le comunità asiatiche locali e transnazionali. A Vietnam Town/Little Saigon, ad esempio, si trovano supermercati e ristoranti vietnamiti, agenzie di viaggio che servono sia residenti sia visitatori dal Vietnam, servizi di traduzione certificata, cliniche specialistiche, banche e sportelli postali per inviare denaro alla famiglia in Vietnam, uffici per pratiche matrimoniali e di divorzio, negozi che vendono arredamento, strumenti di cucina e abbigliamento vietnamita, e molto altro. Come osserva Beth Nguyen, autrice vietnamita-americana in un articolo di Eater sui quartieri vietnamiti di San José [7]: «I quartieri etnici tendono a svilupparsi attorno a ristoranti, negozi di alimentari e imprenditori, tutti alla ricerca di modi per soddisfare le voglie e offrire richiami alla propria casa» [8].

    Questi esempi concreti di imprese, negozi e quartieri asiatici a San José mostrano come le comunità siano riuscite a creare spazi di vita e di cultura propri, dove tradizioni e identità possono continuare a svilupparsi. Nonostante le difficoltà legate alla storia di migrazione, all’ostilità sociale e alle politiche di esclusione, le comunità asiatiche hanno costruito ecosistemi culturali solidi, diventando punti di riferimento per altri membri della diaspora e simboli di resilienza. Questi quartieri non sono solo spazi commerciali, ma veri luoghi in cui l’identità e la memoria culturale si mantengono vive.

    Note

    [1] World Population Review, “San José, California”, ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://worldpopulationreview.com/us-cities/california/san-jose 

    [2] Clarissa Wei, “How Second-Generation Owners of 99 Ranch Are Turning the Asian Supermarket into a National Powerhouse”, Los Angeles Times, 7 luglio 2023, https://www.latimes.com/food/story/2023-07-07/second-generation-owners-of-99-ranch-market-los-angeles

    [3] Robert Haynes-Peterson, “The Family-Run Chinese Restaurant That Spawned a Nationwide Chain,” Chowhound, 2024, https://www.chowhound.com/1735615/panda-express-restaurant-chain-origins/

    [4] Stuart Hall, “Cultural Identity and Diaspora,” in Identity: Community, Culture, Difference, a cura di Jonathan Rutherford (London: Lawrence & Wishart, 1990), 222: “Identity is a ‘production’, which is never complete, always in process, and always constituted within, not outside, representation.”

    [5] Tang Frères, “Notre histoire,” ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://www.tang-freres.fr/notre-histoire/

    [6] Mosarpi (@mosarpi), profilo instagram, ultimo accesso 12 dicembre 2025, https://www.instagram.com/mosarpi/?hl=en 

    [7] Beth Nguyen, “Preserving Vietnamese Tradition in Silicon Valley,” Eater, 2016, https://www.eater.com/a/mofad-city-guides/san-jose-vietnamese-history 

    [8] frase originale: “Ethnic enclaves tend to grow around restaurants, groceries, and entrepreneurs, all looking for ways to fulfill cravings and provide reminders of home.”

     

    foto ©Susan La

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  • Un altro tipo di proiezione: incontro tematico sulle “discriminazioni multiple” in Svizzera / 18.11.2025

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  • Sara Lubini - Guide en Route
  • L’articolo riassume la conferenza del 18 ottobre 2025 avvenuta durante il Film Festival Diritti Umani di Lugano (12-19 ottobre 2025) e approfondisce le discriminazioni come fenomeni strutturali, mostrando come esse tendono a sovrapporsi, interagire tra loro e aumentare reciprocamente il proprio impatto. L’evento, coordinato dall’Istituzione svizzera per i diritti umani (ISDU), ente autonomo nazionale che promuove e protegge i diritti umani, ha visto la presenza anche di noi guide en Route. 

    L’articolo riassume la conferenza del 18 ottobre 2025 avvenuta durante il Film Festival Diritti Umani di Lugano (12-19 ottobre 2025) e approfondisce le discriminazioni come fenomeni strutturali, mostrando come esse tendono a sovrapporsi, interagire tra loro e aumentare reciprocamente il proprio impatto. L’evento, coordinato dall’Istituzione svizzera per i diritti umani (ISDU) (FFDUL, 2025), ente autonomo nazionale che promuove e protegge i diritti umani (ISDU, 2024), ha visto la presenza anche di noi guide en Route. 

    Discriminazioni multiple, di cosa si tratta?

    In apertura, Lucien Schönenberg, antropologo e collaboratore scientifico dell’ISDU, ha fornito alcune definizioni teoriche dei termini “discriminazione”, “discriminazioni multiple” e “discriminazione intersezionale”, introducendo al concetto di vulnerabilità. Egli ha spiegato che il termine “discriminazione” indica un trattamento disuguale sulla base di caratteristiche distinte di una persona o di un gruppo (come disabilità, orientamento sessuale, genere…); mentre la nozione di “discriminazioni multiple” si riferisce a situazioni in cui una persona subisce più forme di discriminazione contemporaneamente, a causa di varie caratteristiche sociali o personali (genere, religione, lingua, fisico, orientamento sessuale, disabilità…). Queste caratteristiche implicano più elementi di svantaggio e svalutazione e creano varie forme di discriminazioni. La “discriminazione intersezionale”, quale forma complessa di “discriminazione multipla”, si verifica quando più caratteristiche tra quelle sopra menzionate si intrecciano, rendendo difficile individuare la causa primaria della discriminazione. È quindi una prospettiva adatta per capire come le diverse forme di oppressione si incrociano e si rafforzano mutualmente. 

    Nel complesso, le discriminazioni costituiscono una violazione dei diritti umani e la vulnerabilità riguarda persone o gruppi che si trovano in posizione di svantaggio. A questo proposito, la CEDU [1] ha richiesto agli Stati di adottare misure di protezione specifiche per i soggetti più fragili. 

    Successivamente, abbiamo effettuato un esercizio di analisi di casi di “discriminazioni multiple”, tra cui quello reale di una donna discriminata, durante un concorso di lavoro, per l’età e il colore della pelle, che ha poi ottenuto un risarcimento. L’antropologo ha poi sottolineato che la “discriminazione” è il prodotto di dinamiche di gerarchizzazione, potere e lotta sociale, le quali determinano chi ha accesso ai diritti. Le categorie sociali rendono possibile l’orientamento nel mondo, ma non essendo neutrali, trasmettono stereotipi, giudizi di valore e gerarchie. Tra le persone si crea quindi una gerarchia sociale: chi subisce più forme di discriminazionei deve affrontare maggiori ostacoli rispetto a chi ne sperimenta una sola, dalla quale è più facile liberarsi. 

    Testimonianze di discriminazioni multiple

    La seconda parte della conferenza si è concentrata sul lavoro sessuale in Ticino e in Svizzera come esempio di “discriminazione multipla”. Alla tavola rotonda hanno preso parte Carine Maradan, collaboratrice scientifica presso ProCoRe, Monica Marcionetti, responsabile Antenna MayDay di SOS Ticino e Vincenza Guarnaccia, coordinatrice di Zonaprotetta e responsabile di Primis. 

    Come prima cosa, attraverso delle testimonianze audio, sono emerse diverse forme di “discriminazioni multiple” vissute quotidianamente dalle persone che svolgono lavoro sessuale. In relazione a questo elemento, Carine Maradan ha indicato uno studio esplorativo realizzato da ProCoRe secondo cui il 50% delle persone intervistate ha subito discriminazioni (ProCoRe, 2024: 4 e 7). Nello specifico, ad esempio, le persone lavoratrici del sesso con percorso migratorio e statuto precario vivono forme di “discriminazioni multiple” dovute a sessismo, razzismo e classismo come indicato da una relatrice. 

    Successivamente le relatrici hanno spiegato che in Svizzera la legislazione in merito al lavoro sessuale varia a livello cantonale, e in Ticino perfino a quello comunale. 

    Nel caso del Canton Ticino, Vincenza Guarnaccia, ha sottolineato che le persone che intendono esercitare il lavoro sessuale si devono obbligatoriamente registrare in polizia; aspetto che comporta una discriminazione. Questo perché si tratta di un trattamento disuguale rispetto a chi svolge altri lavori per i quali tale obbligo non è previsto. 

    Nella lotta contro le discriminazioni che colpiscono le persone lavoratrici sessuali, in Ticino, Primis lavora contro la stigmatizzazione del settore, mentre Antenna MayDay offre sostegno nella comprensione delle regole legate al lavoro sessuale. 

    Secondo Vincenza Guarnaccia, è possibile contrastare la stigmatizzazione promuovendo progetti e attività volte a dare voce alle persone che lavorano nel mondo del sesso, anche se la piena accettazione sociale è ancora lontana. 

    Dopo quest’incontro, noi guide, abbiamo discusso le tematiche affrontate, evidenziando come siano fortemente legate agli obiettivi di lotta al razzismo promossi portati avanti da Dialogue en Route. Abbiamo anche riflettuto sui termini usati durante la conferenza, focalizzandoci sulla differenza tra “discriminazioni cumulate” e “discriminazioni intersezionali”. Secondo noi, il primo termine indica una somma di discriminazioni, mentre il secondo si riferisce a un insieme di discriminazioni che ne genera una nuova su base specifica. 

     

    Note

    [1] CEDU: Corte europea dei diritti dell’uomo. Accesso: https://www.echr.coe.int/fr/ (consultato il 24 ottobre 2025).

    Bibliografia

    Film Festival Diritti Umani Lugano (2025). UN ALTRO TIPO DI PROIEZIONE: INCONTRO TEMATICO SULLE DISCRIMINAZIONI MULTIPLE IN SVIZZERA. Consultato il 20 ottobre 2025 su https://www.festivaldirittiumani.ch/it/programma/film/un-altro-tipo-di-proiezione-incontro-tematico-sulle-discriminazioni-multiple-in-svizzera

    ISDU (2024). A proposito dell’ISDU. Consultato il 20 ottobre 2025 su https://www.isdh.ch/it/isdu/chi-siamo/isdu

    ProCoRe (2024). Rapport communautaire sur les expériences de violences vécues par des travailleuses du sexe en Suisse, pp-1-14. Scaricato il 24 ottobre 2025 su https://procore-info.ch/wp-content/uploads/2024/11/2024_Community_Report_ProCoRe_frz_WEB-1.pdf .

    Siti web delle organizzazioni e dei servizi menzionati

    Antenna May Day: https://www.sos-ti.ch/mayday.html

    Primis: https://zonaprotetta.ch/primis/

    ProCore: https://procore-info.ch/it/chi-siamo/

    Zonaprotetta: https://zonaprotetta.ch/zonaprotetta/

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  • La complessità religiosa in India e Io / 20.12.2024

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  • Amodini - Guide en Route
  • Questo articolo è legato al mio precedente contributo, intitolato “Visioni dell’India.” Dopo aver parlato della pluralità religiosa sul territorio, in questo secondo articolo di blog parlerò della mia esperienza personale a contatto con il variato e complesso mondo delle religioni durante le tre settimane trascorse in India. 

    Questo articolo è legato al mio precedente contributo, intitolato “Visioni dell’India.” Dopo aver parlato della pluralità religiosa sul territorio, in questo secondo articolo di blog parlerò della mia esperienza personale a contatto con il variato e complesso mondo delle religioni durante le tre settimane trascorse in India. 

    Vorrei cominciare specificando che ho origini indiane e sono stata adottata da molto piccola. Questo viaggio ha dunque avuto anche una dimensione personale particolare. 

    Il soggiorno di studio è stato organizzato dal dipartimento di indologia dell’Università di Zurigo, ma è stato aperto anche a studenti provenienti da altre discipline con un particolare interesse di ricerca sulla situazione sociopolitica attuale in India. Durante questo viaggio di studio abbiamo alloggiato per due settimane presso il Bed&Chai a Delhi, con il fine settimana trascorso ad Amritsar, in Punjab. Due pensioni molto semplici, ma famigliari. 

    Appena arrivata, il primo impatto è stato forte soprattutto perché ora, grazie ai corsi di lingua dell’università di Zurigo, comincio a comprendere l’hindi, la lingua più diffusa nella regione a Nord dell’India, dove ci trovavamo. Cominciando a poter fare brevi conversazioni, all’arrivo mi sono sentita come se si aprisse un nuovo mondo davanti a me. Ogni incontro che ho potuto fare durante il soggiorno è stato particolare e mi ha fatto sentire vicina alle persone. Allo stesso tempo, ho trovato l’esperienza sfidante da un punto di vista emotivo. Malgrado le prime difficoltà tra caldo, pensieri e comunicazione, non mi sono arresa e ho compreso che dovevo vivere quel momento speciale prima che finisse senza che me ne accorgessi.

    Durante il programma estivo abbiamo presto sperimentato insieme, come gruppo di studio, la ricchezza di pratiche quotidiane e flessibilità che ci circondavano anche grazie alle visite e ad interventi organizzati con relatori accademici della regione. Abbiamo anche avuto l’opportunità di visitare due università: l’università di Jawaharlal Nehru (JNU) a Delhi e l’università di Ashoka a un’oretta da Delhi, e di incontrarne alcuni studenti. In queste occasioni ho avuto la possibilità di venire a contatto con diverse persone con esperienze di vita differenti, sia sociali che religiose. 

    In questo contesto ho potuto sperimentare anche la mia fede cristiana in relazione alle persone incontrate. Ho vissuto diversi momenti a contatto con l’ambiente che mi circondava e nella mia preghiera con il Padre, momenti che per me sono stati tra le esperienze più belle. Mi sentivo a casa e in armonia con diverse persone che ho incontrato, un sentimento che ho cercato costantemente. 

    Un’altra esperienza molto toccante l’ho vissuta a Mumbai, dove ci siamo recate con due mie compagne del corso una volta finito il programma estivo. Abbiamo conosciuto la famiglia del ragazzo della mia compagna e mi sono particolarmente legata a sua sorella. Abbiamo potuto condividere diversi momenti insieme, ma il più prezioso è stato il namāz, un momento di preghiera che abbiamo condiviso. Il namāz è un termine di provenienza araba che definisce la preghiera delle persone musulmane (Lane 1963: 1721). Una volta venuta a conoscenza che lei pregava regolarmente, ho sentito il desiderio di farlo insieme, ma per rispetto ho pensato che sarebbe stato meglio chiederglielo prima di aggregarmi. Dunque, cercando anche una possibilità di riflessione comune le ho chiesto se potessimo pregare insieme. Personalmente  credo che la preghiera sia una possibilità di incontro che può andare oltre le proprie credenze e che quindi sia possibile anche tra persone di fede differenti. Lei ha preferito fare ugualmente una breve ricerca in internet dove ha trovato risposte che l’hanno convinta. Una volta che eravamo a casa sua, ho dunque partecipato anch’io alla preghiera, cercando di imitarla e allo stesso tempo connettermi nella mia relazione personale con Dio. Penso che questo momento sia stato la testimonianza migliore per dimostrare che non ha importanza che tradizione religiosa segui, ma l’attitudine e l’apertura di cuore di coloro che pregano. 

    Con queste parole desidero concludere la mia breve testimonianza e ringraziare tutti coloro che si sono presi il tempo per leggere questo mio articolo blog.

    BIBLIOGRAFIA

    Lane, Edward William (1963): An Arabic-English Lexicon. Beirut, Lebanon: Librairie du Liban. p. 1721, accesso online : https://www.tyndalearchive.com/TABS/Lane/, 25.11.2023.

  • Visioni dell'India / 15.12.2024

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  • Amodini - Guide en Route
  • L’india è un paese ricco di tradizioni religiose e culture che ho avuto la fortuna di visitare grazie ad un programma estivo organizzato dal dipartimento di indologia dell’università di Zurigo. In questo articolo verrà presentato qualche dato sulla grande pluralità religiosa presente sul territorio. 

    L’india è un paese ricco di tradizioni religiose e culture che ho avuto la fortuna di visitare grazie ad un programma estivo organizzato dal dipartimento di indologia dell’università di Zurigo. L’intenzione di questo breve testo è mostrare la diversità religiosa che ho potuto osservare durante il mio soggiorno in India nell'estate 2023.

    Chiaramente avendo conosciuto solo qualche regione a Nord dell’India non potrò fare un discorso generale, perché l’India è un territorio molto ricco di tradizioni religiose differenti (Berger 1995 ; Malinar 2015). Presenterò una lettura critica dei dati sulla molteplicità religiosa che caratterizza la popolazione. 

    Dati e geografia della religiosalità in India

    La mappa riportata in basso (Le Monde diplomatique 07.2019) offre un quadro generale dell'ultimo dei dati raccolti nel 2011 (nota 1) riguardanti la varietà delle appartenenze religiose presenti nel territorio attuale indiano. 

    Prima di tutto si nota una netta maggioranza di persone induiste (80% della popolazione). La minoranza religiosa più popolosa è composta da persone di fede musulmana, che sappresentanto il 14% della popolazione. Oltre a queste due tradizioni religiose vi sono anche diverse altre minoranze, come persone di fede cristiana (2,3%), sikh (1,7%), buddhista (0,7%) e un insieme eterogeneo di altre comunità religiose e forme di spiritualità minoritarie (1,3%) che nemmeno si riescono a visualizzare in una rappresentazione visiva (Le Monde diplomatique 07.2019).

    I dati percentuali purtroppo offrono solo una visione parziale della composizione religiosa della popolazione (Singh, 2019) e della complessità delle appartenenze e pratiche religiose in India (Lee 2021). Ciò è ben visibile dalla mappa, che mostra come  la maggioranza religiosa può variare da regione a regione, in maniera più o meno definita (Singh, 2019). In particolare, nella geografia delle comunità religiose, si riscontrano delimitazioni regionali piuttosto nette nelle comunità sikh, cristiane, induiste e musulmane (Singh, 2019: 77–79). Le comunità induiste, ad esempio, parte del gruppo religioso più popoloso, sono ampiamente diffuse e maggioritarie su tutto il territorio centrale, ma la loro presenza è meno densa nelle regioni periferiche. Nelle regioni a Nord del paese, e in particolare nei territori del Kashmir e Jammu, vi è una forte presenza di comunità musulmane. In Punjab, invece, la regione nord-occidentale alla frontiera con il Pakistan, la maggioranza della popolazione è sikh. Sebbene di piccole dimensioni, il Punjab è una delle regioni religiose più compatte di tutto il paese (Singh, 2019: 78). Le comunità cristiane sono invece concentrate in particolare negli stati meridionali del Kerala e di Tamil Nadu, ma anche nelle piccole regioni nord-occidentali al confine con la Cina, il Bhutan, il Myanmar e il Bangladesh (Pew Research Center, 2021a: 20).

    Complessità delle appartenenze religiose e spirituali

    Inoltre, il fatto che non si riesca ad avere una chiara visione di tutte le comunità minoritarie religiose è dovuto, da una parte, all’enorme numero di abitanti nel paese (1'435'731’200 alle 15.03 del 15.01.2024 Worldometro, India Population), che rende difficile il censimento, e dall’altra da una difficoltà stessa degli individui a identificarsi in una tradizione religiosa specifica (Lee 2021: 41). Le ricerche di Lee (2021) rilevano una grande flessibilità tra le diverse correnti religiose e nelle pratiche, credenze e appartenenze religiose delle persone in India. Una recente indagine condotta dal Pew Research Center dimostra infatti come molte persone in India integrino tradizioni religiose diverse nelle loro pratiche. A seguito di una convivenza di più generazioni, alcune minoranze combinano tradizioni religiose diverse nelle loro pratiche, adottando spesso usanze induiste. Molte donne musulmane, sikh e cristiane, ad esempio, indossano il bindi, un simbolo tipicamente induista. Allo stesso modo, molte persone abbracciano credenze non tradizionalmente associate alla loro fede: nonostante non facciano parte delle loro tradizioni religiose, credenze come il karma e la reincarnazione sono diffuse tra i musulmani e i cristiani (Pew Research Center, 2021b: 43-44). Tuttavia, la maggior parte delle persone appartenenti a diverse tradizioni religiose ritiene che le minoranze religiose condividano pochi punti in comune tra loro. (Pew Research Center, 2021b: 38). 

    Questo articolo ha cercato di dare una visione, anche se semplificata, della complessità della religiosità presente sul territorio dell'India. Ringrazio il progetto "Dialogue en Route" e la coordinatrice delle guide Ambra Ostinelli, che hanno reso possibile la realizzazione di questo articolo, e tutti coloro che hanno dedicato un attimo di tempo per leggerlo.

    NOTE      

    (1) In India, l'ultimo censimento si è tenuto nel 2011, mentre il successivo, previsto per il 2021, è stato rinviato a causa della pandemia di COVID-19. 

    BIBLIOGRAFIA

    Berger, Hermann (1995) Die Vielfalt der indischen Sprachen, in Rothermund, D. (ed.): Indien: Kultur,Geschichte, Politik, Wirtschaft, Umwelt: Ein Handbuch, München, pp. 101–110.

    Lee, Joel (2021) Deceptive majority: Hinduism, untouchability, and underground religion. 
    Cambridge University Press.

    Malinar, Angelika (2015) “Religious Pluralism and Processes of Individualisation in Hinduism”, Religion, Vol. 45, No. 3: 386-408.

    Marlin, Céline (07.2019) A religious map of India, Le Monde diplomatique, https://mondediplo.com/maps/india-religion, 17.01.2024.

    Pew Research Center (2021a), Religious Composition of India, https://www.pewresearch.org/religion/2021/09/21/religious-composition-of-india/ 

    Pew Research Center (2021b), Religion in India: Tolerance and Segregation, https://www.pewresearch.org/religion/2021/06/29/religion-in-india-tolerance-and-segregation/ 

    Singh, Mehar (2019) “Religion in India: Religious Composition of Population and Religious Regions”, Research Journal ARTS, vol. 18, n. 1, pp. 63-80.

    Worldometer: India Population (LIVE), https://www.worldometers.info/world-population/india-population/, 15.01.2024.
     

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  • "Verso delle Chiese inclusive?” resoconto della Tavola rotonda / 18.10.2024

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  • Enea Bacilieri - Guide en Route
  • Al fine di promuovere il dialogo attraverso la conoscenza, sabato 18 novembre 2023 “Dialogue en Route” ha organizzato una tavola rotonda con tre partecipantə attivə in diversi progetti volti a rafforzare l’inclusività all'interno delle Chiese riformate di Ginevra, Vaud e Neuchâtel:

    Al fine di promuovere il dialogo attraverso la conoscenza, sabato 18 novembre 2023 “Dialogue en Route” ha organizzato una tavola rotonda con tre partecipantə attivə in diversi progetti volti a rafforzare l’inclusività all'interno delle Chiese riformate di Ginevra, Vaud e Neuchâtel:

    Nicole Rochat, dell'associazione “Arc-en-ciel” di Neuchâtel, pastore, terapeuta di coppia e sessuologa; Andrea Coduri, animatorə per la Chiesa evangelica del canton Vaud del gruppo “Église inclusive” e del gruppo di sostegno “À Bras Ouverts”, formatorə per ministri, pastori et diacri ed Erin Lederrey, presidente dell'Antenna LGBTI di Ginevra e cappellana militare.

    Obiettivo dell’incontro, moderato da Yanncy Fanti (guidə di Dialogue en Route formatə in scienze delle religioni e studi di genere), è stato di discutere dell’inclusione delle persone LGBTIQ+ nelle Chiese protestanti in Svizzera. La discussione ha visto la condivisione di esperienze di successo, ma anche delle sfide ancora attuali per raggiungere una maggiore inclusività, rimanendo però circoscritta ai contesti locali di lavoro e di esperienza dei partecipanti nei cantoni di Ginvevra, Neuchâtel e Vaud, e non di tutte le Chiese riformate in Svizzera.  

    Parlando d’inclusività, viene messo fin dall’inizio in chiaro dallə moderatorə Yanny Fanti che con questo concetto si indica lo sforzo democratico di dialogo e può riferirsi a qualunque persona o gruppo che subisca delle situazioni di esclusione. In questo caso specifico, trattandosi di persone LGBTIQ+, la questione va a scontrarsi con una struttura istituzionale in alcuni casi più conservatrice o in altri casi più aperta, portando a reticenze ed aperture. Come è quindi possibile affrontare l’esclusione a livello macro (delle istituzioni/strutture) e micro (individuale)?  

    Erin Lederrey inizia parlandoci di come, in quanto cappellana per l’Esercito Militare Svizzero, la sua identità di donna transgender all’interno di questo ambiente ha portato spesso molta sorpresa, oltre che a prese in giro nei suoi confronti. Nonostante ciò, Erin si è riuscita a sentire sempre più accettata ed inclusa. Parlandocene, la sua testimonianza ci dimostra come, nonostante l’evoluzione del contesto democratico, politico e sociale permetta ormai alle persone LGBTIQ+ di godere di sempre più diritti, molte situazioni nella loro vita rimangono complicate. In particolare, l’identità di genere e l’orientamento sessuale di queste persone può spesso finire per scontrarsi con la visione dei valori, la disapprovazione o la reticenza all’apertura delle comunità religiose di appartenenanza, nonché a problemi di discriminazione strutturale presenti in alcune istituzioni. 

    Le questioni LGBTIQ+ si rivelano così come un segno di demarcazione e di posizionamento siccome alle persone LGBTIQ+ credenti rimangono poche soluzioni per continuare pacificamente la propria vita sociale e spirituale, oltre che in modo coerente verso loro stessə. Alcune persone considerano così di cambiare comunità e reinterpretare la Bibbia e il suo messaggio secondo la propria individualità e le proprie preferenze. Mettendo in moto un processo di rimescolamento e di rottura delle barriere di denominazione, queste persone arrivano da più confessioni e vanno verso le Chiese inclusive. Allontanandosi dalle proprie istituzioni religiose, cercano nuove interpretazioni che considerano maggiormente il loro vissuto, rimanendo spesso nel cristianesmo. L’inquietudine vissuta a causa della loro identità nella precedente comunità, abbandonata per abbracciare nuove interpretazioni, permette di attraversare un processo di “decostruzione e ricostruzione”.  

    Sul piano legislativo, Lederrey ci ricorda però che ci sono ancora molte questioni importanti da affrontare, come il divieto delle terapie di conversione, nonostante la loro definizione resti complicata.  

    Andrea Coduri afferma che è necessario armarsi di pazienza, perchè nonostante ci siano persone contrarie ai diritti LGBTIQ+ nella Chiesa evangelica riformata, queste devono comunque osservare la legge svizzera contro la discriminazione e l’omofobia. Andrea sostiene inoltre che l’inclusione delle persone vulnerabili è fondamentale, perché corrisponde al messaggio biblico. 

    Viene quindi consigliato in particolare di fare attenzione alle persone che si hanno attorno, perché certi legami con persone intolleranti possono ferire le persone LGBTIQ+, nonostante esse siano magari familiari o amici. Nel voler promuovere l’inclusione bisogna quindi comunicare con tutte le parti, rimanendo però vigili e mantenendo un approccio fondato sul legame umano. 

    Nicole Rochat concorda su come non vi sia ancora omogeneità per le questioni d’inclusività, ma osserva grandi cambiamenti. Anche se nel complesso resta difficile muoversi, il ruolo e l’importanza della politica si fa sentire ovunque, portando in alcuni casi anche la Chiesa cattolica romana ad una sorprendente apertura. In quanto sessuologa e allo stesso tempo pastore, Rochat si occupa principalmente di questioni di salute sessuale e della rilettura teologica. Secondo lei è importante infatti riappropriarsi della Bibbia e osare farlo, perché è ciò che rende la Bibbia "la Parola del Signore". Secondo Rochat, Gesù non era intenzionato a discriminare ed è per questo che la teologia Queer prenderebbe così il merito di evitare un inconveniente moralismo, essendo considerata come una rilettura e una visione tra molte altre, ma senza affermarne una sopra le altre. 

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  • Prospettive pro alle aspettative / 17.12.2018

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  • Federico - Guide en Route
  • In conclusione del 2018, Federico ripercorre un momento fondamentale vissuto da Dialogue en Route quest’anno: la festa di inaugrazione del progetto in Ticino e Svizzera nord-occidentale. 

    Questo settembre si è tenuta l'inaugurazione del progetto "Dialogue en Route" nella Svizzera centrale e nella Svizzera italiana. Si tratta di un grande passo per questo progetto, perché partendo dalla Svizzera tedesca esso comincia lentamente ad estendersi in tutto il territorio elvetico, portando sempre più giovani a contribuire alla causa della scoperta e del dialogo tra le diverse realtà culturali e religiose che tanto arricchiscono il nostro paese.

    Guida, spettatore e rappresentate di una stazione

    Ho avuto la fortuna di partecipare all'evento in veste di ogni ruolo possibile: siccome l'imam della moschea di Viganello non ha potuto attendere per motivi di salute, mi sono presentato come rappresentante della moschea oltre che come guida di Dialogue en Route. Inoltre, le mie mansioni tra gli organizzatori erano ristrette in specifiche fasi orarie, permettendomi quindi di osservare con attenzione lo sviluppo di tutto l'evento dall'inizio alla fine.

    Insomma, sono stato spettatore, staff, guida e anche rappresentante di una stazione in una sola giornata! Ero già stato all'inaugurazione del progetto in Svizzera tedesca, e devo dire che sono fiero dei risultati che abbiamo ottenuto qui. Tutti i partecipanti hanno avuto varie occasioni per incontrarsi e confrontarsi, il clima era piacevole e tutti sono usciti con grandi sorrisi!

    C'era un clima sereno, senza sfarzi, e probabilmente era la cosa migliore per partire con tanta voglia di lavorare e creare qualcosa assieme!

    Presentazioni, scoperte e dialoghi

    Durante la mattina si sono svolte le presentazioni delle varie stazioni, ossia dei partner che collaborano al progetto. Erano presenti diciotto rappresentanti che hanno portato un oggetto per loro significativo per raccontare la storia della loro istituzione (luogo di culto, associazione o museo). I rappresentanti hanno ricevuto il logo di Dialogue en Route da esporre nella propria Stazione. Naturalmente c’è stato anche il tempo per presentare al pubblico i giovani che partecipano in qualità di guide e ringraziarli con un piccolo pensiero: un cappellino che può essere utile quando fanno le loro visite!  

    Il tutto è stato accompagnato dai discorsi della presidente di IRAS COTIS Rifa’at Lenzin, che ha presentato la storia dell’associazione, dalla coordinatrice ticinese Martina Robbiani che ha presentato il progetto e dal responsabile Simon Gaus e dalla direttrice Katja Joho che hanno ringraziato i collaboratori, i partner, gli sponsor e tutti i sostenitori del progetto. 

    Cibo, henné e risate

    Quando è arrivato il pranzo, tutto il giardino era animato di dialoghi e risate. Il senso di unione che ne veniva fuori era davvero bello!

    Il cibo era spettacolare! C'erano cibi da tanti paesi diversi, compresi deliziosi dolcetti siriani che ancora adesso mi fanno venire fame, ma forse non dovrei raccontare queste cose, considerando che dovevo aiutare a servire il cibo, e non a mangiarlo :P

    Durante il pomeriggio alcune stazioni hanno spiegato più nel dettaglio le loro attività, mentre una ragazza marocchina faceva stupendi tatuaggi con l'henné a chi lo chiedeva. Il pubblico era davvero interessato e mi ha fatto molto piacere.

    Il momento più bello della giornata, è stato probabilmente quando abbiamo consegnato alla nostra responsabile Martina un regalo di ringraziamento per il suo lavoro. Ci ha davvero seguito tanto in questo percorso ed ha fatto un lavoro davvero grande. Speriamo che i risultati di questo lavoro siano come germogli che mirano a sbocciare in bellissimi fiori!

    E chiaramente, siamo già attivi per la preparazione della prossima festa, che avrà luogo sempre nel mese di settembre, ma questa volta tocca alla Svizzera francese! 

  • La fede: dialogo tra due non credenti (parte 2) / 08.04.2018

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    Lucia - Guide en Route
    Leandro - Guide en Route

     

    Lucia e Leandro continuano la loro riflessione sul rapporto dell’uomo con la religione: esso può diventare un problema? Da non credenti, si perdono qualcosa?

    Lucia - Guide en Route
    Leandro - Guide en Route

     

    Lucia

    Dal mio punto di vista, la religione è storicamente nata per rispondere ai problemi e alle domande dell’uomo. Quindi forse da una parte è normale che venga utilizzata ancora oggi come maniera per spiegare i problemi più complessi che possiamo riscontrare. Posso capire che riferirsi a qualcosa di scritto possa portare conforto a molte persone.

    Non è forse più semplice avere già una risposta chiara per spiegare i fenomeni più inspiegabili? Non è forse più bello pensare che una malattia sia stata provocata da una forza maggiore? Invece, da persona atea, l’unica cosa che puoi dire è che “la vita è fatta da imprevisti”. Non hai nemmeno il conforto di sapere che nei casi più terribili, il tuo caro vada in un posto migliore. Sei tu, da individuo, perso in un mondo troppo caotico a doverti spiegare il senso della vita.

    D’altro canto però, temo il rischio che la religione possa essere utilizzata come giustificativo per tutto. Se da una parte, la religione può aiutare l’individuo nei suoi momenti bui, non può essere utilizzata come unica risposta nei momenti di tragedia.
    Personalmente, non ho ancora avuto dei problemi nella mia vita tanto grandi da dover trovare delle risposte in qualcosa di esterno. Dunque non posso essere del tutto sicura che non avrò mai bisogno di un aiuto esterno. Mi chiedo però se ci sono davvero degli episodi della nostra vita che possano solo essere spiegati tramite la fede. In più, quando la fede come giustificazione può diventare un problema?

     

    Leandro

    Credo che giustificare tutto con la fede diventi un problema nel momento in cui si inizia a trascurare quelle che sono le reali soluzioni di un problema. A parer mio qualsiasi religione non dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di spiegare la realtà, ma piuttosto quello di accompagnare il credente attraverso di essa.

    Trovo che sia sbagliato generalizzare e contrapporre i religiosi e gli atei, perché credo che all’interno dei due gruppi esistano veramente tante differenze, esattamente come tante sono le somiglianze invece tra un gruppo e l’altro. Ci sono atei che a parer mio sono molto più spirituali di persone che si dicono religiose, e viceversa. Alla fine quello che cerchiamo tutti è un conforto, l’unica cosa che cambia è dove lo troviamo. C’è chi riesce nella spiritualità, chi in se stesso, chi nelle cose materiali e chi negli altri, ma questo non dipende dall’essere ateo o religioso, dipende unicamente dalla personalità individuale di ognuno di noi.

    Un’ultima cosa che volevo aggiungere riguarda la tua frase “Non hai nemmeno il conforto di sapere che nei casi più terribili, il tuo caro vada in un posto migliore”. Senza dubbio esistono varianti dell’ateismo puramente materialistiche e pessimistiche, ma fortunatamente non sono le uniche. Sottintendere che l’essere ateo precluda la possibilità di una ascensione post-mortem e di una visione di un “aldilà” positivo credo sia nocivo per il dialogo interreligioso e spirituale. Il dibattito su questo tema potrebbe essere lungo, ma il punto che voglio esprimere è che credo sia meglio considerare l’ateismo non tanto come la distruzione di tutto ciò che è religioso, quanto piuttosto come la costruzione di una dimensione che, nel rispetto della prima, cerca di tracciare una propria via indipendente.

  • La fede: dialogo tra due non credenti (parte 1) / 06.04.2018

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    Lucia - Guide en Route
    Leandro - Guide en Route

    In questo diablog, Lucia e Leandro, due giovani non credenti, discutono del rapporto che hanno avuto con la religione durante l’infanzia. 

    Lucia - Guide en Route
    Leandro - Guide en Route

     

    Lucia

    La fede non è mai stata parte della mia quotidianità. Sono cresciuta senza andare a messa la domenica e i regali di Natale li portava Babbo Natale. Ho vissuto gran parte della mia infanzia a San Diego, una città molto internazionale, quindi non ho mai notato una grande differenza tra le mie abitudini e quelle altrui prima di trasferirmi. Tuttavia, nel mio nuovo paesino ticinese non frequentare il corso di religione era un’anomalia.

    Inizialmente non capivo perché non partecipavo, la fede era una concezione ancora molto astratta per me. Sapevo solo che i miei compagni avevano lezione e io ero in uno stanzino a disegnare. Fino al termine alla scuola obbligatoria ho visto i miei compagni credenti continuare a partecipare alla lezione di religione mentre io stavo fuori.

    L’evento che più mi ricordo di quel periodo era la preparazione alla cresima. Molte volte chiedevo ai miei compagni di spiegarmi cosa volesse dire compiere questo sacramento. Le risposte variavano: alcuni lo facevano per tradizione, altri per una questione di vera e propria fede e certi per “i soldi della cresima”.  Tutti però sapevano in un modo o nell’altro che era un passo importante nella loro vita e nel loro rapporto con la Chiesa.

    Penso però che se ora andassi a parlare con i miei compagni di allora, molti di loro si dichiarerebbero atei o agnostici. Il rapporto tra l’individuo e la fede nel XXI secolo è decisamente cambiato. Forse, la fede non è più una risposta adeguata ai nostri problemi?

     

    Leandro

    Non mi è difficile comprendere il senso di estraneità che questo genere di esperienza possa averti potuto provocare, tuttavia la mia risposta viene da uno di quei ragazzi che, come dici te, compiono sacramenti senza capirli, eseguendoli più come dei meccanismi sociali piuttosto che per quello che realmente rappresentano.

    Sono stato cresciuto da due genitori con una fede “patchwork”: un padre che si professa agnostico e una madre la cui Bibbia funge da base per una statuina del Buddha, contornato da statuette di divinità pagane brasiliane. Ad ogni modo, fin da piccolo la fede cattolica mi è stata imposta, un po' attraverso la frequentazione delle lezioni di religione e un po' attraverso lo scautismo cattolico. Proprio a causa di queste imposizioni, probabilmente ho elaborato una sorta di resistenza a tutto ciò che è definibile come spirituale, fino a quando ho iniziato a frequentare lezioni di filosofia, che mi hanno aiutato a trovare un po' di risposte anche in questo ambito finalmente.

    Penso che il mio caso sia simile a quello di molti altri giovani: in una società piena di stimoli, la fede non basta più come risposta per spiegare una complessità di idee e di moralità differenti data da diverse culture. Esiste tuttavia chi riesce ancora a trovare risposte nella religione. Queste persone, a mio parere, si dividono in due categorie: quelli che sviluppano una fede sufficientemente forte teoricamente da spiegare la complessità della realtà, e una seconda categoria che invece non si preoccupa di fare ciò. Una domanda alla quale non trovo risposta è quanto sia corretto il modo di procedere di questa seconda categoria.