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12.01.2026

Safe space tra ascolto, cura e autodeterminazione

Crescere in un contesto prevalentemente bianco ed essere l’unica persona razzializzata nella mia scuola ha influito inevitabilmente sul modo in cui ho imparato a vedermi e a costruire la mia identità. L’assenza di rappresentazioni che mi somigliassero mi ha portato infatti a definirmi attraverso persone che non condividevano né il mio aspetto fisico, né le discriminazioni che vivevo, né il mio background migratorio. 

In questi contesti, spesso in modo inconsapevole, finivo per conformarmi a un modello imposto dalla società bianca: dimostrare costantemente la mia “svizzeritudine”, rispondere alle domande ricorrenti sulle origini ogni volta che qualcuno mi chiedeva “da dove vieni (davvero)?”, o aderire all’immagine che gli altri associavano (o pensavano di saper associare) alle mie origini, basandosi unicamente sui miei tratti somatici. 

Per molte persone razzializzate, cresciute in società a maggioranza bianca, nulla di tutto questo è nuovo. Impariamo a guardarci e a definirci attraverso gli occhi di chi si arroga il diritto di definire cosa siamo, e soprattutto, cosa non siamo. 

Nella critical race theory [1] esiste un termine che descrive questa esperienza: la doppia coscienza [2], coniato dal sociologo, storico e attivista afroamericano W.E.B Du Bois [3]. Du Bois usò questo concetto per evidenziare come il razzismo plasmi la percezione di sé delle persone nere, spingendole a interiorizzare lo sguardo delle persone bianche e a vedersi attraverso di esso: “una sensazione di guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri (...)” [4]. Questi “altri” rappresentano la società bianca, che definisce ciò che è considerato normale e, di conseguenza, marginalizza chi non vi rientra. Il verbo “guardare” ha qui un doppio significato: osservare un soggetto, ma anche esercitare potere su di esso attribuendogli caratteristiche considerate inferiori. La doppia coscienza è il risultato dello sguardo bianco [5], come lo approfondisce la scrittrice e saggista afroamericana Toni Morrison negli anni ’90 [6], ossia l’idea che le persone razzializzate, in particolare nere, in una società dominata dalla bianchezza, devono costantemente prevedere come un pubblico bianco interpreterà le loro esperienze, azioni o produzioni culturali. Questa dinamica genera una forma di autoconsapevolezza forzata e talvolta di autocensura, che obbliga a spiegare, giustificare o rappresentare le proprie esperienze attraverso uno sguardo che non è il proprio.

Lo sguardo bianco quindi non è solo un’esperienza individuale, ma una componente strutturale del razzismo nella società occidentale contemporanea, e la doppia coscienza ne è l’effetto diretto: percepirsi attraverso gli occhi di chi detiene il potere e la norma dominante. 

A questo punto sorge quasi spontanea una domanda: cosa succede, allora, quando le persone razzializzate si trovano finalmente in uno spazio lontano da questo sguardo bianco? È qui che diventa pertinente parlare di safe space

Il termine safe space nasce negli anni ‘60 nelle comunità lesbiche e gay degli Stati Uniti [7], in un contesto di repressione legale e sociale, e si riferiva spesso a bar o locali in cui era possibile incontrarsi in relativa sicurezza. Negli anni ‘70, i movimenti femministi ne adottano il concetto per indicare spazi in cui le donne potevano confrontarsi lontano dalla presenza maschile dominante. Oggi il termina indica soprattutto luoghi fisici, e con l’avvento dei social media, anche virtuali, in cui persone appartenenti a comunità marginalizzate possono incontrarsi per condividere esperienze, discutere problematiche comuni e confrontarsi con chi vive identità e difficoltà simili, senza dover controllare il proprio linguaggio e adattarlo per chi non condivide tali vissuti [8].

Avendo organizzato e partecipato ad alcuni safe space, ho potuto vivere in prima persona la loro unicità. In questi luoghi si è liberi dagli stereotipi e dai pregiudizi che permeano la società dominante; si può essere sé stessi senza il peso di dover “esibire” la propria identità razzializzata che ci è stata assegnata, né di doversi adattare, integrare o assimilare per non disturbare lo sguardo bianco. È possibile reclamare parti di sé che sono state represse o rinnegate e ridefinirsi al di là delle aspettative che “altri” proiettano sulle nostre identità. Si tratta di spazi in cui non esiste il fardello di dover spiegare chi si è o da dove si viene, perché il presupposto di partenza è un'intesa reciproca.  

L’approccio è orizzontale e non gerarchico, ed è proprio questa orizzontalità che favorisce l’apertura personale e la possibilità di parlare dei propri vissuti, spesso silenziati. I safe space creano così un senso di comunità raro da trovare altrove, un luogo in cui la guarigione collettiva è possibile attraverso la condivisione di esperienze comuni. Per molte persone razzializzate nate e/o cresciute in contesti dominati dalla bianchezza, questi spazi rappresentano uno dei pochi luoghi in cui è finalmente possibile ritrovare un senso di appartenenza, in una società che spesso non le riconosce come pienamente svizzere.  

Nonostante ciò, i safe space sono spesso criticati come discriminatori ed escludenti da persone che non hanno accesso a questi spazi e non ne comprendono la funzione [9]. Essi servono principalmente come strumenti di emancipazione e autodeterminazione, non come fini in sé. Una critica che può essere rivolta a tali accuse riguarda il fatto che, quando le persone razzializzate scelgono di esporsi pubblicamente, di raccontare le proprie esperienze di discriminazione e di far sentire la propria voce, il pubblico che avrebbe più bisogno di ascoltarle e mettersi in questione spesso non si presenta.

In questo senso, i safe space non creano divisione, ma rispondono a quella già presente nella società occidentale contemporanea, dove le voci e i vissuti delle persone minorizzate vengono spesso ignorati, offrendo uno spazio necessario di ascolto e riconoscimento. 

Note

[1] In italiano, “teoria critica della “razza””.

[2] dall’inglese “double consciousness”.

[3] W.E.B Du Bois (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

[4] Citazione originale: “It is a peculiar sensation, this double-consciousness, this sense of always looking at one’s self through the eyes of others, of measuring one's soul by the tape of a world that looks on in amused contempt and pity (...)” in DU BOIS W.E.B (2007 [1903]), The souls of black folk. Paris: La Découverte.

[5] Dall’inglese “white gaze”.

[6] Laraine Wollowitz (2008), Chapter 9 : resisting the white gaze: critical literacy and Toni Morrison’s “the bluest eye”, Counterpoints, Vol.326, pp.151-164.

[7] Moira Kenney (2001), Mapping Gay L.A.: The Intersection of Place and Politics, Temple University Press, pp.1-225.

[8] In francese esiste un concetto affine a quello dei safe space chiamato “non diversità”(dal francese “non-mixité”). In questo articolo potete ritrovare alcuni esempi di “non-mixité”: Camille Renard, "Trois exemples historiques de non‑mixité choisie," France Culture, 29.05.2017, consultato il 13 dicembre 2025, https://www.radiofrance.fr/franceculture/trois-exemples-historiques-de-non-mixite-choisie-9818835.

[9] Mathilde Goupil, “L'article à lire pour comprendre le débat autour des réunions non mixtes,” *Franceinfo*, 1 giugno 2021, https://www.franceinfo.fr/societe/l-article-a-lire-pour-comprendre-le-debat-autour-des-reunions-non-mixtes_4353091.html.

 

foto ©asu collective