Ho scoperto l’articolo dello storico Bernhard Schär “La Suisse de 1848 est la cocreation d’une femme colonisée” durante un corso dell’università sulla storia delle donne in Svizzera. Mi ha subito colpita per la sua capacità di trattare un tema tanto importante e complesso – un capitolo della storia coloniale della Svizzera – con un linguaggio così semplice e immediato. Esso contribuisce alla diffusione della consapevolezza storica, necessaria per l’educazione alla cittadinanza, e per questo motivo ne ho voluto scrivere qui. L’articolo è importante non solo per la storia coloniale svizzera, ma anche per la storia delle donne. Michelle Perrot disse che “la difficoltà della storia delle donne risiede anzitutto nella cancellazione delle loro tracce, sia pubbliche che private”: l’articolo di Schär cerca di eliminare questa difficoltà, sulla quale trovo sia importante riflettere.
Scrivere la storia coloniale della Svizzera. Ibu Silla: una donna resa invisibile
(Ri)scrivere la storia svizzera
Il passato coloniale della Svizzera è ancora oggi poco riconosciuto dalla popolazione svizzera. Il mito di una Svizzera isolata dal contesto europeo del XIX secolo, momento in cui le principali potenze europee usufruivano di territori coloniali fuori dall’Europa, è predominante nell’immaginario svizzero. Si tende infatti a pensare che nel 1800 svizzeri e svizzere non si interessassero ai conflitti coloniali del tempo, in ragione dello statuto particolare di neutralità (riconosciuto a livello internazionale nel 1815). Gli storici e le storiche di oggi sanno invece che la Svizzera, seppur in modo meno evidente non possedendo formalmente delle colonie all’estero, ha avuto un ruolo importante nei fenomeni di colonizzazione e di imperialismo. Nelle loro ricerche, studiosi e studiose postcoloniali prendono in considerazione le persone colonizzate per costruire una storia svizzera completa. Si tratta di un lavoro spesso complicato, perché le fonti sul passato coloniale della Svizzera sono poche e incomplete. La metodologia deve essere quindi differente: bisogna cercare ed esaminare le figure che non compaiono nelle fonti, ovvero fare una storia degli e delle invisibili. Lo storico e professore svizzero Bernhard Schär si è ritrovato a svolgere proprio questo compito.
Tra Nidvaldo e Ginevra
Lavorando negli archivi statali di Nidvaldo, Schär ha ritrovato un documento molto interessante. Si tratta del diario intimo di Louis Wyrsch (1793-1858), un parlamentare svizzero originario del Canton Nidvaldo che era stato caporale e tenente nelle violente e sanguinose guerre olandesi contro le forze anticoloniali del principe Diponegoro a Giava, Indonesia. Wyrsch era un uomo svizzero che aveva deciso volontariamente di partecipare all’impresa coloniale: al contrario di quanto espresso dalle autorità elvetiche, che sottolineano la particolare posizione della Svizzera rispetto alle potenze colonizzatrici europee, i cittadini privati svizzeri hanno avuto un ruolo non trascurabile nel sistema coloniale, come lo dimostra la carriera di Louis Wyrsch. A. Giava, in quanto capitano, l’uomo aveva il diritto di vivere con una donna locale.
Sfogliando le pagine del diario inedito, lo storico Schär scopre che la concubina di Wyrsch era una donna di nome Silla, con la quale lui ha avuto almeno cinque figli (subito riconosciuti). Prima di rientrare in Svizzera nel 1832, Wyrsch decide di battezzare i due figli maggiori avuti con Silla, Alois e Constantia, per portarli con sé in patria. In Svizzera e ormai cresciuti, Alois e Constantia faranno parte dell’élite politica ed economica: lui intraprenderà un’importante carriera politica diventando il primo parlamentare non bianco in Svizzera, mentre lei diventerà una famosa attrice di teatro. Wyrsch stesso continuerà la sua carriera politica svolgendo un ruolo importante partecipando alla redazione della prima Costituzione Federale nel 1848.

Ritratti di L. Wyrsch (a sinistra), di Costanti (al centro) e di Alois (a destra), ca. 1850-1870 (Staatsarchiv Nidwalden, Stans, P 29-11/3). Di Silla non esistono immagini conservate.
Dov’è Ibu Silla?
Il diario di Wyrsch e gli altri documenti relativi alla sua permanenza con l’esercito olandese a Giava non sono immediatamente comprensibili. Essi presentano dei passaggi censurati o scritti “in codice”. Per esempio, i certificati di battesimo di Alois e Constantia non contengono il vero nome della madre, ma lo pseudonimo “Johanna van den Berg”. Ciò è stato fatto per nascondere l’identità non europea e non cristiana della donna.
Nel diario ci sono parole e addirittura frasi interamente censurate, nascoste da grossi segni neri. Ogni passaggio cancellato fa riferimento alla vita intima di Wyrsch in Indonesia e ai suoi figli: è evidente che qualcuno, forse lo stesso Wyrsch, abbia eliminato di proposito le tracce dei legami con Silla. Silla, soprannominata da Schär “Ibu Silla” (Ibu come forma di cortesia traducibile con “Madame”), è stata materialmente e simbolicamente cancellata dalla storia in quanto donna non europea, colonizzata, non cristiana e non sposata. Nonostante Ibu Silla abbia occupato un ruolo significativo nella vita di un uomo importante per la storia svizzera e nonostante fosse la madre di altre due personalità di spicco in Svizzera, non abbiamo altre sue tracce al di fuori di quelle nascoste negli scritti di Wyrsch.

Estratto censurato del diario di Louis Wyrsch, marzo 1832 (Staatsarchiv Nidwalden, Stand, P 29-3/1).
La rinascita di una donna dimenticata
Bernhard Schär informa della sua scoperta tramite un articolo scientifico. La storia postcoloniale deve però raggiungere anche il grande pubblico, non solo l’ambiente accademico: è fondamentale che la popolazione svizzera sia consapevole del suo passato coloniale. Lo storico scrive allora un nuovo articolo, in forma di lettera in prima persona indirizzata a Ibu Silla, utilizzando un linguaggio semplice e accattivante, raccontando la storia di Wyrsch e del passato coloniale della Svizzera. Louis Wyrsch è un uomo rappresentativo per il tema, in quanto uomo svizzero a capo di un esercito olandese nel sud-est dell’isola di Borneo e a causa del quale i locali furono oppressi e uccisi.
Consiglio calorosamente la lettura di questo articolo. Esso restituisce a Ibu Silla lo spazio che le appartiene: resa invisibile nel passato, oggi può tornare a portare il suo vero nome e a far conoscere la sua identità. L’articolo permette inoltre di sviluppare una coscienza sull’esistenza di un passato coloniale svizzero che, come abbiamo detto, è stato a lungo trascurato dalla storia ed è ancora oggi ignorato da gran parte della popolazione. La comunicazione dei risultati scientifici degli studi postcoloniali è un dovere necessario alla costruzione di una conoscenza civile. Fare ciò non è però esente da ostacoli, soprattutto perché il tema del passato coloniale svizzero resta estremamente difficile da accettare per diverse correnti conservatrici del Paese: Bernhard Schär è stato infatti attaccato e accusato di essere “il tipico professore che vede il razzismo ovunque”, sminuendo in questo modo le sue importanti ricerche. Questo è un forte sintomo di una società che fatica ad accettare una narrazione diversa da quella ideale di una Svizzera isolata dal resto del mondo.
Bibliografia
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Perrot M., Les femmes ou les silences de l’histoire, Paris, Flammarion, 1998. Citazione a p. 9.
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Schär B., “La Suisse de 1848 est la cocreation d’une femme colonisée”, Sept, 2024, pp. 42-62.